Si era già verificato, con la stessa composta intensità, al funerale di Giorgio Armani. Si è ripetuto venerdì scorso, quasi identico e forse ancor più eloquente, all'ultimo saluto a Valentino Garavani. Una folla vasta, silenziosa, trasversale come raramente accade: persone comuni e figure di primissimo piano, imprenditori, creativi, diplomatici, compratori internazionali, uomini e donne che con la moda non giocano ma lavorano, investono, decidono. Non solo spettacolo, non solo mondanità. Un'umanità consapevole, arrivata da ogni angolo del mondo.
Davanti a una partecipazione così corale, è fatale domandarsi: perché? Perché tanta gente sente il bisogno di esserci, di condividere quel momento, di riconoscersi in una eredità che non è solo personale ma nazionale? La risposta è semplice e insieme profonda. In quelle due cerimonie non si è celebrata soltanto la scomparsa di un grande stilista. Si è salutata un'epoca. Un'idea di Italia. Un fenomeno industriale e culturale che ha portato nel mondo l'eccellenza, la bellezza, la disciplina creativa dell'Italia operosa. Si celebrava, senza proclami ma con una partecipazione quasi istintiva, il Made in Italy nella sua forma più autentica.
La moda italiana, piaccia o meno ai ragionieri dell'economia, non è mai stata solo un settore produttivo. È stata e continua a essere un formidabile apripista delle nostre esportazioni, una leva di reputazione internazionale, una bandiera che ha preceduto spesso quella ufficiale. Anche quando, nei grafici del Pil, la sua incidenza non appare spropositata, il suo valore resta immenso, perché nessuna altra attività ha saputo raccontare il nostro Paese con la stessa forza simbolica e la stessa continuità. Ed è ipocrita continuare a celebrare il turismo come «vera industria italiana» dimenticando che, senza la moda, quel turismo semplicemente non esisterebbe nelle forme e nelle dimensioni che oggi tanto si decantano. Senza l'immaginario costruito in decenni dalla moda italiana senza Milano, senza Roma, senza le sfilate, senza i marchi, senza l'idea di stile, qualità e desiderabilità che hanno preceduto i flussi turistici l'Italia non sarebbe diventata un brand globale. Il turismo non ha creato il mito: lo ha ereditato. E continua a viverne.
Ed è proprio per questo che si resta stupiti dalla modesta considerazione che la politica italiana riserva da decenni al settore. Governi che si succedono, di ogni colore, pronti a celebrare la moda come icona identitaria, molto meno solerti quando si tratta di riconoscerle lo status che merita: quello di industria strategica. I numeri, del resto, parlano chiaro. Il sistema-moda italiano vale 93-95 miliardi (102 miliardi nel 2023), pesa per circa il 5% del Pil e rappresenta il 10-12% dell'export nazionale. Dà lavoro complessivamente a non meno di un milione di persone, distribuite in una galassia di imprese manifatturiere. Non è un orpello. È economia reale, concreta, diffusa.
E oggi questa industria è afflitta da qualche problema. Tra il 2024 e il 2025 la crescita si è arrestata. L'export ha rallentato, in alcuni comparti è addirittura arretrato. La moda uomo ha chiuso il 2025 con una contrazione intorno al 2%, la calzatura ha perso quasi il 9% in valore esportato, il tessile ha continuato a soffrire. In breve, il lusso tiene, ma non basta a compensare le fragilità strutturali dell'intera filiera, perché il problema non è ciclico, è strutturale. Negli ultimi anni la moda italiana è diventata un sistema a due velocità: pochi grandi gruppi solidi, ben capitalizzati, globali e una base produttiva frammentata, sottocapitalizzata, esposta a ogni shock di costo, di domanda e di regolazione. Con rischi di essere colpiti da provvedimenti della magistratura ben oltre il ragionevole.
Il risultato è evidente. Il medagliere italiano, un tempo tra i più affollati al mondo, oggi è ridotto a pochi campioni autenticamente nazionali: Armani, Prada, OTB di Renzo Rosso, Zegna, Moncler, Tod's, Ferragamo, Cucinelli. Attorno, una lunga teoria di marchi storici finiti sotto controllo straniero, trasformati in eleganti succursali dei grandi conglomerati internazionali, ma svuotati di sovranità industriale. Anche questa è una responsabilità politica. Nessun vero piano industriale, nessuna visione di filiera, pochi strumenti fiscali mirati. La sostenibilità raccontata come opportunità, ma scaricata interamente sulle imprese. Così diventa un fattore di selezione negativa, non di competitività.
Il contesto globale non aiuta. Stati Uniti e Cina restano mercati cruciali ma maturi e instabili. Il turismo di lusso non è una politica industriale, ma una variabile esterna. I costi energetici e logistici restano elevati. Il medio di gamma è sotto assedio. Pensare che il Made in Italy possa continuare a crescere per inerzia è una grave illusione. Il governo dovrebbe perciò sostenere con ben altra convinzione i grandi marchi che restano italiani. Non per nostalgia, ma per elementare lucidità economica: difendere chi ancora tiene insieme valore, occupazione e filiera; garantire accesso al credito, incentivi agli investimenti produttivi, politiche serie per l'export e formazione tecnica e manageriale, questa dovrebbe essere la mission.
Perché il rischio è chiaro: marchi fortissimi, sistema produttivo sempre più fragile. Un paradosso.Ai funerali dei grandi stilisti il Paese si riconosce. Sarebbe ora che lo facesse anche quando si scrivono le politiche industriali. La moda non vive di commemorazioni. Vive di bilanci sostenibili.