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Paralimpiadi al via. Emozioni e applausi per i Giochi italiani in tempo di guerra

Lo spirito olimpico tra le tensioni globali: Malagò: "Ora è più importante che mai"

Paralimpiadi al via. Emozioni e applausi per i Giochi italiani in tempo di guerra
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Dentro, il fuoco del tripode. Fuori, le fiamme della guerra. Lo sport olimpico non riesce ad allontanare la nuvola nera dell’odio, i Giochi Para Olimpici invernali respirano l’aria avvelenata dei nemici. Sfilano gli atleti della speranza, la vita non ha concesso loro quello che agli altri è stato offerto, i Giochi sono il riscatto, la forza, il coraggio contro il destino maligno. L’Arena di Verona ha conosciuto marce trionfali, ieri un cammino lento, vibrazioni, battiti, il conto alla rovescia disegnato da corpi armonici, l’inno d’Italia con la voce tremula di Mini Caruso, il fenomeno Dj Miky Bionic, musica, arte, danza, il sorriso di ragazze e ragazzi per sfidare la realtà avversa, nessun portabandiera ufficiale ma volontari con in mano il vessillo scolorito da polemiche ideologiche.
Sergio Mattarella, nell’Arena veneta, ha rivissuto i momenti del teatro di San Siro, con lui Giorgia Meloni e altre figure istituzionali, ha sconcertato l’assenza di Glenn Micallef, maltese, commissario europeo per l’equità intergenerazionale, la gioventù, la cultura, lo sport, un ossimoro smascherato, pieno di orgoglio meritato il discorso di Giovanni Malagò. «Le paralimpiadi in un mondo diviso - è il commento del presidente della Fondazione Milano-Cortina 2026 - sono un messaggio di pace più importante che mai.
Oltre seicento atleti, cinquantasei Paesi, smarrito, all’ultimo, l’unico iraniano in gara, Aboulfazl Khatibi Mianaei non è arrivato in Italia, via la bandiera di Teheran, sventolano quelle di Russia e Bielorussia vietate alle Olimpiadi del mese scorso, riapparse per ipocrisia, una sola atleta israeliana, la comunità dello sport va in frantumi, nemmeno la disabilità riesce a sottrarsi alle polemiche, al boicottaggio: Ucraina, Repubblica Ceca, Lettonia, Polonia, Lituania, Estonia, Finlandia, Olanda, Germania non hanno partecipato alla festa, protestano contro la Russia, giochi di guerra nel paradosso che proprio la guerra ha consentito la creazione di questo evento. Negli anni successivi al secondo conflitto mondiale molti soldati rientrarono, mutilati, dalle battaglie, le loro ferite avevano bisogno di cure, mediche, psicologiche. Fu Ludwig Guttman a ideare i Giochi per i disabili, era un neurologo tedesco ebreo, si rifugiò in Inghilterra, nel ‘39, fuggendo dai rastrellamenti nazisti, il governo di Londra gli affidò il Centro nazionale di ricerca sulle lesioni del midollo spinale nell’ospedale di Stoke Mandeville, Guttman capì che proprio lo sport potesse costituire la terapia migliore per uscire dall’emarginazione, organizzò i Giochi di Stoke Mandeville, 130 atleti a difendere la dignità del proprio handicap fisico. Fino al 1960 non ci fu spazio per «altri» Giochi, Roma aprì la sua grande bellezza agli atleti disabili, nel 1976 la prima ParaOlimpiade invernale in Svezia a Õrnskõldsvik. Cinquant’anni dopo, i Giochi radunano sofferenze e riscatti, corpi spezzati ma vincenti, il marchio dell’emarginazione viene sconfitto in pista, sul ghiaccio, sulla neve, aumenta il numero di partecipanti, via la compassione, la vita va affrontata prescindendo da quello che le è stato tolto. Un’inchiesta negli Stati Uniti registra che il 25 per cento degli americani convive con una disabilità, le cento guerre hanno ferito reduci e sopravvissuti, il fenomeno sociale supera qualunque fazione eppure c’è una resistenza all’accettazione, all’integrazione, cattive coscienze si prestano ad un favore quasi fastidioso.


Fino al 15 marzo si gioca, si scia, si pattina, si va a punto, ori, argenti e bronzi a celebrare, come non mai, il valore vero, da Milano alla Val di Fiemme a Cortina, aspettando l’ultimo giorno. Quello non potrà essere raccontato come «la chiusura». Dovrà invece significare l’apertura verso un popolo che ci insegna il vero, grande, unico senso della vita.

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