Il 18 aprile sembra sarà una giornata piuttosto movimentata in questo Paese, perché se da un lato gli anarchici minacciano una manifestazione per Alfredo Cospito, che ha alte probabilità di essere violenta, dall’altra a Milano i centri sociali e i gruppi antagonisti hanno indetto una giornata di mobilitazione. Per Cospito anche loro? No, da quelle parti l’anarchico sembra essere stato dimenticato: nel capoluogo lombardo la mobilitazione prende il nome di “Milano è migrante - Fuori i razzisti e i fascisti da Milano”. Una mobilitazione basata su una teoria creativa, che verrà esposta presso l’università Statale tramite un’assemblea pubblica.
“Milàn, si sa, l’è on gran Milàn. È grande perché è casa di molti popoli: non solo i Brambilla, ma Greco, Radu, Garcia, Murat, Diop, famiglie arrivate dal Sud Italia, dal Mediterraneo, da oltre oceano e dai Balcani”, scrivono nel manifesto che rilancia l’iniziativa milanese, “A Milano si parlano cento lingue, si mangia polenta ma anche cous cous, zighinì, arroz chaufa, mafe, spaghetti di soia e nigiri. Si ascolta Jannacci ma anche salsa, afrobeat, reggaeton, hip hop, trap e K-pop”. Si potrebbero dire molte cose sull’associazione di questi diversi flussi migratori e gli antagonisti cercano di tirare questa teoria concentrandosi solo su Milano, scegliendo una realtà locale senza estendere il proprio sguardo sul resto del Paese.
È innegabile che Milano sia da decenni il luogo in cui si cerca una vita migliore ma i migranti del sud Italia lo fanno, e l’hanno fatto in passato spostandosi da una città a un’altra dello stesso Paese: perché il Sud Italia è Italia, se i promotori non lo sanno. E mettere sullo stesso piano le migrazioni interne con quelle esterne è un esercizio di propaganda piuttosto ardito che culmina con un’affermazione provocatoria: “Milano è tutto questo. Altrimenti non esiste”. Questa narrazione, che vorrebbe cancellare l'identità meneghina in nome di un calderone indistinto, non è altro che l'ennesimo tentativo della sinistra radicale di riscrivere la storia a proprio piacimento. Mentre i cittadini provenienti dal Sud Italia contribuivano alla crescita del Paese muovendosi all'interno del medesimo quadro giuridico, culturale e linguistico, il fenomeno odierno impone sfide di integrazione radicalmente diverse, che non possono essere liquidate con un elenco di piatti esotici o generi musicali stranieri.
E questa visione “Milano-centrica" pretende di elevare un’eccezione metropolitana a regola nazionale, ignorando deliberatamente le criticità che la gestione dell’immigrazione di massa produce nel resto del territorio. La tesi secondo cui Milano "non esisterebbe" senza questo melting pot indistinto è una provocazione che mira a delegittimare l'identità storica della città, riducendola a un mero spazio geografico di transito privo di radici proprie. Gli antagonisti negano anche che i soggetti stranieri sul territorio siano una delle principali cause dell’insicurezza delle città perché “l’Italia ha il più basso tasso di delinquenza minorile in Europa” ma il dato va contestualizzato e i numeri, benché dicano che l’Italia ha tra i tassi più bassi, vanno letti: gli ultimi dati di Save the Children indicano che i minori segnalati per porto di armi improprie sono più che raddoppiati dal 2019 al 2024 e che i minori che delinquono sono passati da 329 a 363 per 100.000 abitanti tra 2014 e 2023. Transcrime, basandosi su dati ufficiali del sistema giustizia minorile, dice che in Italia non aumenta il numero dei reati, ma aumenta la violenza dei comportamenti e l’età del primo reato scende.
Si trincerano anche dietro argomentazioni come “la violenza di genere è diffusa e non ha una matrice etnica: femminicidi e aggressioni avvengono sempre più spesso nelle relazioni di coppia e all’interno delle famiglie” e non è sbagliato, ma basta vedere la divisione etnica nelle carceri per rendersi conto che su una percentuale di minoranza di stranieri in Italia esiste una sovrarappresentazione nella popolazione carceraria. Anche questo, qualcosa vorrà pur dire. E non esistono giustificazioni ai reati come, invece, si vuol cercare di trovare nel manifesto che promuove l’assemblea quando si dice che “la vera fonte dell’insicurezza e delle paure sono altrove, si chiamano povertà, caro affitti, sfruttamento del lavoro e dell’ambiente, difficoltà di accesso alle sanità e alla scuola pubblica”.
È troppo facile così, se così fosse, la generazione dei migranti interni del secolo scorso, che ha affrontato sacrifici enormi e condizioni abitative spesso precarie, avrebbe dovuto trasformare le periferie in zone franche. Al contrario, quella generazione scelse la via del lavoro e del rispetto delle regole, contribuendo a fare di Milano la locomotiva d'Italia.