La Corte d’Assise di Napoli ha assolto Nicola Conte, 65 anni, originario dell’isola di Ischia, dall’accusa di avere diffuso consapevolmente il virus Hiv attraverso rapporti sessuali non protetti. L’uomo era finito sotto processo con l’ipotesi di omicidio volontario con dolo eventuale, dopo la morte di una donna di origine polacca deceduta nel novembre 2017 a causa dell’Aids. La sentenza è arrivata con la formula “il fatto non costituisce reato”. Le motivazioni dei giudici saranno rese note entro 45 giorni, ma secondo quanto emerso durante il processo la decisione potrebbe essere legata alla mancanza di dolo, cioè la mancanza della prova che l’imputato fosse effettivamente consapevole della propria sieropositività al momento dei rapporti.
Il processo riaperto a distanza di anni
L’inchiesta era stata riaperta anni dopo i fatti dalla IV sezione della Procura di Napoli, quella che si occupa dei reati contro le fasce deboli. I magistrati avevano deciso di tornare sul caso per approfondire le circostanze legate alla diffusione del virus Hiv e alla morte della donna. Secondo l’accusa, Conte avrebbe avuto rapporti sessuali non protetti sia con la moglie sia con un’amica della donna, trasmettendo loro il virus. La moglie dell’imputato è attualmente in cura, mentre l’amica è morta nel 2017 a causa delle complicazioni legate all’Aids.
La storia della vittima
La donna, originaria della Polonia, era arrivata in Italia all’inizio degli anni Duemila in cerca di lavoro. Tra il 2001 e il 2003, quando aveva circa vent’anni, si era trasferita a Ischia dove viveva temporaneamente nella casa della coppia, ospite dell’imputato e della moglie, sua connazionale. In quel periodo avrebbe lavorato saltuariamente come badante e cameriera. Grazie all’aiuto dell’amica, moglie dell’imputato, aveva ottenuto un permesso di soggiorno e un impiego regolare in una struttura alberghiera dell’isola.
Le accuse di violenza sessuale
Secondo quanto emerso nel corso delle indagini, proprio all’interno dell’abitazione si sarebbero verificati gli episodi più gravi. La donna avrebbe denunciato di essere stata costretta ad avere rapporti sessuali non protetti con l’uomo, che secondo l’accusa era già consapevole di essere sieropositivo. La vittima raccontò che gli episodi di violenza sarebbero avvenuti più volte. In uno dei video acquisiti agli atti del processo dichiarò di essere stata picchiata e violentata e di essere stata minacciata di morte affinché non raccontasse nulla. Per anni avrebbe quindi mantenuto il silenzio.
I video-denuncia mostrati in aula
Durante la requisitoria del pubblico ministero, conclusa l’11 marzo con la richiesta di una condanna a 24 anni di carcere, in aula furono mostrati alcuni video registrati dalla vittima prima della morte. Nei filmati la donna, già gravemente malata, raccontava dal letto di un ospedale la propria esperienza. Con grande fatica descriveva la sua storia di giovane immigrata arrivata in Italia per lavorare e le violenze che avrebbe subito negli anni precedenti.
La vulnerabilità economica e il silenzio
Secondo la ricostruzione della Procura, la donna non avrebbe denunciato subito gli abusi a causa della sua condizione di forte vulnerabilità economica e sociale. Arrivata in Italia senza una rete familiare, dipendeva dal lavoro e dall’ospitalità ricevuta. Questa situazione, secondo i magistrati, avrebbe contribuito a farla restare in silenzio per lungo tempo nonostante le violenze subite e i rischi per la sua salute.
I reati caduti in prescrizione
Nel corso del procedimento a carico di Nicola Conte erano state inizialmente contestate anche la violenza sessuale nei confronti dell’amica della moglie e le lesioni ai danni della consorte. Tuttavia entrambi questi reati sono nel frattempo caduti in prescrizione, lasciando al centro del processo l’accusa più grave, quella di omicidio volontario con dolo eventuale per la morte della donna.
Il verdetto
La Corte d’Assise ha infine deciso per l’assoluzione dell’imputato con la formula “il fatto non costituisce reato”. Secondo alcune interpretazioni emerse dopo la sentenza, i giudici avrebbero ritenuto non dimostrato che l’uomo fosse consapevole della propria sieropositività quando ebbe i rapporti con le donne.
Una valutazione opposta rispetto a quella sostenuta dalla Procura di Napoli, convinta invece che Conte sapesse perfettamente delle proprie condizioni di salute e che avesse comunque avuto rapporti non protetti. Le motivazioni della sentenza chiariranno in modo definitivo le ragioni che hanno portato all’assoluzione.