«Nel ’42 in Russia mi ha aiutato a sopravvivere»

Il tenente si toglie il cappello dalla testa. Fa scivolare la piuma nera fra le dita e poi indica le altre mostrine: «Vede, questa è una medaglia d’argento al valore militare. L’altro è il distintivo di Russia e l’ultimo è quello della Divisione Tridentina». Classe 1919, Nelson Cenci nel 1942 era alpino nella campagna di Russia e don Carlo Gnocchi se lo ricorda bene, eccome. Si era arruolato come cappellano volontario prima per il fronte greco-albanese e poi con gli alpini della Tridentina, ed era lì insieme a loro, in quei giorni maledetti per dare ai soldati la forza di sopravvivere.
«Mi ricordo quello che ci ha lasciato. Il vincolo d’amore che unisce tutti gli uomini e il sentimento di pietà. Oltre al desiderio di meglio operare, sempre». Di quella sciagurata campagna, dove rimase ferito a una gamba e fu costretto ad abbandonare il fronte su una slitta trainata da un mulo, Cenci porta ancora dentro di sé quel senso di impotenza di fronte ai soldati caduti. «Dover lasciare gli amici senza poter dare loro niente altro se non il conforto». Si emoziona quando ripensa alla sua esperienza in guerra sulla quale ha scritto anche un libro e ancora di più quando ricorda don Gnocchi. «Mi ha aiutato a sopravvivere. Anche noi siamo tornati e siamo venuti qui per la beatificazione che ci ha dato». Stringe il braccio di un altro alpino decorato anche lui, con due medaglie d’oro sul cuore, e le lacrime gli riempiono gli occhi sotto lo stendardo del suo beato protettore. «Dopo la Russia, ho fatto il medico. Ho vissuto vicino al dolore degli uomini e ho capito quello che don Gnocchi voleva dire».
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