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Nelle "infinite notti" di Samantha Harvey l'insonnia risveglia l'anima e la letteratura

L'autrice di "Orbital" racconta il suo anno da incubo fra terapie, angosce e riflessioni

Nelle "infinite notti" di Samantha Harvey l'insonnia risveglia l'anima e la letteratura
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"La notte è un altro pianeta, assomiglia un po' al nostro. Buia, ovviamente buia, ma l'oscurità è cento cose che arrivano piano piano, l'oscurità è una danza di mille puntini luminosi. La sagoma rettangolare della luce del lampione sulla tenda. L'orologio sul forno che mi fa piangere con il suo doloroso ticchettio. 2.26. 3.49. 4.11. 5.48". Sono le 6 del mattino, un'altra alba sta per sorgere e Samantha Harvey non ha chiuso occhio. La sua notte è quel doloroso ticchettio, lunghissimo e sfinente. È il 2016 quando la scrittrice inglese inizia a non dormire più: non è che dorma poco, o a sprazzi, è che non dorme proprio. Ore e ore consecutive, anche cinquanta di fila, sempre sveglia: così nascono Le infinite notti, memoir di un anno intero di insonnia, un libro in cui Kate Bush si mescola a T.S. Eliot, il buddismo a Stranger Things, il resoconto medico all'autoarcheologia psicanalitica, l'infanzia al sogno, l'immaginazione alla scienza.

Le infinite notti, appena pubblicato da NN Editore (pagg. 202, euro 18; traduzione di Gioia Guerzoni) è stato scritto da Harvey prima di Orbital, il romanzo che le è valso il Booker Prize all'unanimità nel 2024; infatti uno dei motori di questo incubo quasi ininterrotto è la rabbia dell'autrice per la Brexit, e se per caso un'auto passa troppo velocemente sul dosso sotto la sua finestra, e la scuote da quel poco di sonno strappato al destino, lei la maledice, diciamo così, politicamente: "Scommetto che hai votato per uscire dall'Unione Europea". E immagina di segregare tutti gli automobilisti sregolati e pro Brexit nel Kent, per poter riposare. L'altra causa scatenante è la morte improvvisa del cugino Paul, trovato cadavere in casa dopo un giro in bicicletta. Harvey ha 43 anni e la paura della morte è diventata così presente nella sua esistenza che si figura continuamente la bara del cugino e il suo corpo mangiato dai batteri; non senza notare che quei batteri, in effetti, abitano da sempre dentro di noi con l'intenzione di ridurci in poltiglia, e che perciò la morte è una tigre in gabbia, sempre lì, "lo sapevi - scrive al cugino - hai mai percepito in te la guerra all'ultimo sangue che ti teneva in vita?".

Come Orbital, Le infinite notti è un romanzo circolare ed è, nella forma e nei contenuti, una riflessione sul tempo. Lassù, in Orbital, sulla Stazione spaziale internazionale, ci sono quattro astronauti e due cosmonauti che ruotano intorno alla Terra, orbita dopo orbita, nell'arco di ventiquattro ore, e mangiano cibi liofilizzati, si assopiscono sospesi, chiacchierano di Dio, ammirano la bellezza del nostro pianeta pieni di gratitudine e anche di preoccupazione. Quaggiù, nel corso delle Infinite notti c'è Samantha Harvey, un essere umano fragile e pieno di dubbi, una persona come noi il cui equilibrio si è spezzato, chissà perché, e che non riesce più a recuperare la sua gravità, il suo radicamento alla Terra, e allora fluttua nel corso di ore buie e senza fine come l'universo, e lungo il loro susseguirsi, l'una, le due, le tre, le quattro, discorre, fra sé e sé e con noi lettori, di morte, di Dio, del senso, dell'effimero, dell'immutabile. Si affida alla poesia, prima a Philip Larkin e al suo "fiore dal milione di petali dell'essere qui", poi a T.S. Eliot: "Al punto fermo, là è la danza". L'insonnia porta Harvey a indagare il segreto dei Pirahã, indigeni dell'Amazzonia che non conoscono il linguaggio e il pensiero ricorsivi: la loro mente non è "un mulino a vento che gira all'infinito" e, d'altra parte, non creano neppure arte e storie, non hanno ricordi collettivi, né parole per i colori, né numeri, né beni materiali. Sono dei sopravvissuti e sono, soprattutto, "saldamente radicati nel qui e ora": nella loro lingua non c'è "quasi nessuna parola che rappresenti il tempo". Il tempo in cui siamo immersi, mentre voliamo sopra la Terra e mentre siamo qua piantati in essa, o sotto di essa, e che a Harvey a volte "pare quasi fluido, viscoso, come acqua, come olio, o come fango", ma il punto è: "Lo vedo sgretolare le persone che amo". Eccola, l'insonnia, il tempo che ci divora e ci sgretola, il tempo con cui non sempre noi, esseri finiti e spaventati, riusciamo a scorrere all'unisono: il "grande desiderio proibito" lo chiamava Henry Miller; "la cura", la definisce la Harvey.

Infine, lei, la Harvey, si è messa a nudo con coraggio. Imbarazzata e sgridata dalla dottoressa, in balia di farmaci e superstizioni, barcollante sotto il peso della paura e del sonno. Tutti noi siamo così. Ma lei ci ha fatto i conti. "Scrivere mi ha salvato la vita" confessa.

Le parole sembrano delimitare il caos: "Così si può avere l'illusione della completezza. E non so bene come, nelle parole che ho creato, nei loro molteplici mondi, inizio a scorgere il mio io, sparpagliato e libero". A noi, a differenza dei Pirahã, servono il linguaggio e le storie, per vivere nel tempo.

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