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I robot costano più del lavoro umano ma possono lavorare 24 ore al giorno

Il costo annuo complessivo di un robot umanoide oggi si colloca tra i 100 e i 120 mila euro. E un umano? Un lavoratore costa all’azienda, in media, intorno ai 40 mila euro lordi annui a cui vanno aggiunti contributi e oneri

I robot costano più del lavoro umano ma possono lavorare 24 ore al giorno

Leggo molte preoccupazioni sul futuro del lavoro, non solo legate all’AI, ma anche alla sostituzione degli operai. Negli ultimi mesi, e in modo particolare dopo il CES, i robot umanoidi sono tornati a occupare titoli, video dimostrativi e dichiarazioni entusiastiche. Boston Dynamics, Figure, Tesla e altri mostrano macchine sempre più simili a operai in carne e ossa, capaci di camminare, sollevare carichi, spostarsi in fabbrica ed eseguire compiti diversi nello stesso ambiente produttivo. Dovrebbe essere scontato l’umanoide come sostituto diretto del lavoratore umano.

Al momento però tra la dimostrazione tecnologica e la sostenibilità industriale c’è una distanza che oggi viene spesso minimizzata nella narrazione pubblica (anche perché ci sono miliardi di investimenti in mezzo). Tanto per cominciare: un robot umanoide non è una macchina tradizionale. Non è un braccio robotico che esegue sempre lo stesso movimento da vent’anni, né una linea automatizzata progettata per un singolo compito. È una piattaforma generalista che prova a fare un po’ di tutto e proprio questa ambizione può renderla, almeno per ora, più fragile e più costosa.

Già, costosa, perché mi sono messo a fare due conti. I famosi “conti della serva”, senza nessuna pretesa di analisi economica. Non sono un economista e non sto costruendo un modello finanziario, sto solo cercando di capire di che ordini di grandezza stiamo parlando, mettendo insieme i pochi numeri pubblici disponibili e qualche stima realistica.

Un robot umanoide industriale non ha un vero prezzo di listino, almeno al momento. Le cifre che circolano, tra dichiarazioni dei produttori e analisi di settore, oscillano più o meno tra i 70 e i 100 mila euro. Ho preso una stima prudente (ma molto prudente) e ho ipotizzato 90 mila euro di costo iniziale. Che è solo l’inizio. Perché un umanoide non è una macchina che compri e accendi.

A quel prezzo vanno aggiunti manutenzione hardware, parti di ricambio, assistenza tecnica (umana, quindi con addetti specifici e competenti), energia elettrica (paradossalmente il costo minimo) e, soprattutto, il software. Perché un robot umanoide senza intelligenza artificiale non è una macchina che lavora peggio, non lavora proprio. E l’AI oggi si paga sotto forma di abbonamenti, licenze, infrastruttura di calcolo e integrazione nei sistemi aziendali (e non è che costerà meno, devono rientrare di svariate centinaia di miliardi di investimenti e per ora tutte le aziende di AI sono in perdita).

Dunque, mettiamo un costo operativo annuo che può tranquillamente stare tra i 40 e i 60 mila euro per robot (includendo manutenzione, energia, personale tecnico e software). Considerando un ciclo di vita utile di circa cinque anni, significa che il costo iniziale va ammortizzato su quel periodo, aggiungendo ogni anno una quota di circa 18 mila euro.

Il conto della serva, a questo punto, è semplice: tra ammortamento e costi operativi, il costo annuo complessivo di un robot umanoide oggi si colloca facilmente tra i 100 e i 120 mila euro. E un umano? Un lavoratore costa all’azienda, in media, intorno ai 40 mila euro lordi annui (prendo una media europea, dove più, dove meno, come del resto il costo della vita), a cui vanno aggiunti contributi e oneri. In alcuni paesi è meno, in altri di più, ma come ordine di grandezza siamo lì.

Il robot ha un vantaggio teorico evidente: può lavorare 24 ore su 24. Tuttavia quel vantaggio è molto ridimensionato dal fatto che i robot umanoidi sono ancora più lenti degli esseri umani in molte mansioni reali, soprattutto in quelle che richiedono adattamento e manipolazione fine. Diciamo che un robot umanoide oggi equivale grosso modo a uno, al massimo uno e mezzo lavoratori umani.

Qui trovo che qualcosa non quadri nel racconto dominante. Almeno oggi, i robot umanoidi non costano meno del lavoro umano. Costano di più. Non di poco, ma parecchio. E questo prima ancora di affrontare i temi dell’affidabilità, della sicurezza e della responsabilità in caso di errore (che sono fondamentali, non dettagli).

Non a caso, anche chi spinge di più su questa tecnologia usa toni molto più prudenti di quelli che arrivano al grande pubblico. Jensen Huang, CEO di NVIDIA, parlando di “Physical AI”, ha più volte chiarito che gli umanoidi sono una piattaforma di lungo periodo e che prima di sostituire il lavoro umano dovranno dimostrare affidabilità e sostenibilità economica. Brett Adcock, fondatore di Figure AI, ha ammesso che pensare oggi a una sostituzione completa degli operai è irrealistico e che l’obiettivo iniziale resta coprire mansioni ripetitive e fisicamente gravose.

D’altronde lo stesso vale per l’intelligenza artificiale in ambito enterprise, la quale dovrebbe automatizzare attività più “intellettuali” e è la soglia di affidabilità. In molti contesti aziendali non basta che un sistema funzioni quasi sempre, o quasi bene. Un’accuratezza del 99 per cento suona eccellente in una demo ma può essere inaccettabile quando l’errore riguarda decisioni strategiche, dati sensibili, processi regolati in qualsiasi ambito aziendale. Un errore su cento può significare danni economici enormi.

Pensateci: se l’AI enterprise fosse già sufficientemente stabile e sicura, le grandi aziende l’avrebbero già adottata su larga scala e gli utili sarebbero esplosi. Il fatto che ciò non stia accadendo alimenta anche il timore di una bolla, più legata alle aspettative che ai risultati concreti. Non perché l’AI non funzionerà, piuttosto i tempi di maturazione sono più lunghi di quanto si voglia ammettere (e da qui l’hype necessario alle aziende di robotica e AI, investimenti stellari, ricavi pochissimi).

C’è poi un altro paradosso che raramente entra nel dibattito. Anche ammesso che la tecnologia diventi più economica e efficiente, sostituire il lavoro umano significa anche ridurre i redditi e quindi i consumatori. La fabbrica può diventare sempre più automatizzata, silenziosa ed efficiente. Ma se fuori non resta nessuno che compra, resta solo una fabbrica che produce per se stessa.

Sempre ammesso, ovviamente, che l’unione tra robot e intelligenza artificiale non arrivi mai a produrre qualcosa di simile a una coscienza nelle macchine. Lì il problema non sarebbe più il costo del lavoro, ma il costo per difendersi da una rivoluzione di robot-operai marxisti, da contenere con appositi poliziotti robot. Infine, tornando al presente, e ai conti della serva, mi sono dimenticato di inserire un dato non secondario: il salario medio di un operaio in Cina, rapportato alla nostra voluta, è tra i 12000 e 14000 euro all’anno. Secondo voi un imprenditore cinese prende un Atlas o dieci cinesi?

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