Palermo-Samp riaccende le rivalità tra Lecce e Bari

di Giuseppe De Bellis

La geografia della Champions decide quale Puglia prendersi. Palermo-Sampdoria è Miccoli-Cassano e quindi anche Lecce-Bari. Trecentocinquanta chilometri di differenze che stanno sotto lo stesso cielo. Dici: sono due anime della stessa regione. Ti rispondono che quella è una regione per sbaglio perché accoppia cose che non c’entrano tra loro. Perché la Puglia è troppo lunga per essere chiamata al singolare: Miccoli e Cassano lo dimostrano ogni fine settimana. Il Romario del Salento contro il Pibe di Bari Vecchia: non è solo una partita di pallone, è uno scontro di mentalità, di modi di vivere, di modi di parlare. Avete mai provato a mettere allo stesso tavolo un barese e un leccese: se parlano le loro lingue non si capiscono neanche. La rivalità calcistica è la creatura posticcia che ha alimentato le differenze.
Eppure Palermo-Sampdoria senza neanche volerlo è la rivincita di una terra che in Europa si sente solo perché continua a prendere i finanziamenti che l’Ue elargisce a pioggia. Per il resto è un concetto altro sia dove è cresciuto Miccoli, sia dove lo ha fatto Cassano. Loro giocano contro domani: due facce da Champions, comunque. Giocano, dribblano, segnano, vincono. La Nazionale è un miraggio per motivi diversi: Fabrizio perché evidentemente non gli viene riconosciuta la caratura internazionale, Antonio perché viene considerato caratterialmente inaffidabile. Reagiscono all’opposto: il leccese chiede di tenerlo ancora presente, il barese fa finta di non conoscere il commissario tecnico.
Non ci sarà Lippi domani sera, allora. Non ci sarà neanche Peruzzi. Ammesso che qualcuno della Nazionale vada a vedersi la partita più interessante della giornata, sarà eventualmente per Pazzini. Perché né Miccoli né Cassano sono nel giro, né lo saranno: opposti in tutto e uguali in questo e nel look. Tatuaggi, capelli, orecchini, sopracciglia, abbronzature: orgogliosi della loro singolarità, dell’eccentricità, del tamarrismo. Però uno è bruno, l’altro biondo. Due strade per la stessa domanda: siamo un Paese che valorizza il talento? Il loro presente dice di no: Fabrizio è nel momento migliore della sua carriera da calciatore. È continuo, è responsabile, è goleador. Alex Del Piero lo sponsorizza: dice che se fosse per lui porterebbe in Sudafrica lui e quindi né Balotelli, né Cassano. E però anche Tonino è al momento più alto del suo rendimento: diciamo che non è considerato abbastanza tranquillo per un torneo di un mese, dove il carattere conta più della tecnica? Il campionato di quest’anno ha raccontato che anche nei momenti di difficoltà con Del Neri Tonino non ha sbracato: è rimasto fuori senza fiatare, ha immaginato di andarsene a Firenze, poi è rimasto a Genova, s’è messo a lavorare, è rientrato nella rosa, ha ripreso a giocare. A quel punto basta: gol, assist, persino il sacrificio. Poi sorrisi e baci. Altro che indisponibilità alla fatica. Sì, poi apre la bocca e parla così: «Nel calcio uno con tanta personalità, una prima donna, non va avanti. Nel mondo del pallone vanno avanti i burattini, quelli che dicono solo sì, io sono una primadonna e la diplomazia non vive a casa mia». Come fai a contestarlo ora? Nella sua miglior stagione non ha avuto neanche la dignità di un perché. Escluso senza una spiegazione. Non hanno provato a criticarlo neanche i suoi nemici più accesi. Adesso si gioca l’accesso in Champions, che per la Sampdoria vale quanto vincere lo scudetto. Come per Miccoli e per il Palermo. Per decidere quale faccia andrà in Europa bisogna solo aspettare domani. Non è la stessa cosa, ovviamente. Neanche per la Puglia.

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