Il giornalista condannato per aver diffamato un boss defunto

Rino Giacalone, giornalista da anni impegnato nell'informazione su temi di mafia, è stato condannato per aver aver etichettato come "pezzo di merda" un capomafia che partecipò alla progettazione della strage di Capaci

Condannato per aver diffamato un boss mafioso defunto. É quanto accaduto al giornalista Rino Giacalone, attivo da anni sui temi di mafia.

Il giornalista è stato condannato per diffamazione per aver etichettato come "pezzo di merda", il capomafia di Mazara del Vallo Mariano Agate, pluricondannato, in occasione della sua morte. La sentenza è stata emessa dai giudici della terza sezione della Corte d'Appello di Palermo, che gli hanno inflitto 600 euro di multa, oltre che il pagamento delle spese di tutti i gradi di giudizio. Il pg Francesca Lo Verso aveva chiesto la condanna del giornalista a 4 mesi.

"Aspetteremo le motivazioni della sentenza e presenteremo ricorso in Cassazione contro questa decisione che riteniamo inaccettabile", ha detto l'avvocato Domenico Grassa, legale di Giacalone che alla lettura del dispositivo si è detto "frastornato, ma non cambio idea". Il procedimento era scaturito dalle denunce di Rosa Pace, vedova di Mariano Agate, capomafia di Mazara del Vallo (Trapani) deceduto per cause naturali nell'aprile 2013. In primo grado il giornalista era stato assolto dal tribunale di Trapani, ma su ricorso presentato dalla procura (pm Franco Belvisi), il provvedimento venne annullato dalla Corte di Cassazione nel novembre 2017.

Nell'udienza Giacalone è tornato a rendere spontanee dichiarazioni. "L'ho fatto - com'è evidente - citando Peppino Impastato, attraverso il ricorso alla figura retorica della sineddoche: per criticare la mafia nella sua interezza, ho fatto incidentale riferimento a un suo componente", ha detto il giornalista dinanzi la Corte presieduta dal giudice Dario Gallo. Il processo ha ripercorso il curriculum criminale di Agate, membro della cosiddetta commissione regionale di Cosa Nostra, condannato all'ergastolo per mafia, attivo nella raffinazione e nel traffico di sostanze stupefacenti ed iscritto alla nota loggia massonica Iside 2. Il boss determinò anche la morte del giudice Giangiacomo Ciaccio Montalto e partecipò alla progettazione della strage di Capaci. In seguito al decesso il questore di Trapani ne aveva vietato i funerali pubblici ed anche il vescovo di Mazara del Vallo, Domenico Mogavero aveva rifiutato i funerali religiosi. In quei giorni Rino Giacalone, attraverso un articolo pubblicato sul portale Malitalia.it, aveva ricostruito i trascorsi di Mariano Agate concludendo che come la sua morte togliesse alla Sicilia la presenza di "un gran bel pezzo di merda".

Sulla vicenda è intervenuta anche la Federazione nazionale della stampa italiana. "Rispettiamo la sentenza della Corte di Appello di Palermo – spiega in una nota la Federazione – come ogni altra pronuncia dell'autorità giudiziaria. Non possiamo non segnalare, tuttavia, come questa decisione desti enormi perplessità. Come ebbe ad osservare il giudice di primo grado, appare evidente l'intento pedagogico e tutt'altro che diffamatorio che connota la sineddoche provocatoriamente utilizzata da Rino Giacalone. Suscita grande stupore, inoltre, il fatto che la Corte di Appello abbia ritenuto di non pronunciarsi circa la questione di costituzionalità della pena carceraria per il reato di diffamazione, ritualmente sollevata dai difensori del giornalista".

La Fnsi, insieme con Libera e Articolo21 organizzerà un incontro per rinnovare, anche in vista dell'udienza ormai imminente (11 e 12 aprile 2020) della Corte costituzionale, l'esigenza di ridefinire integralmente la fattispecie di diffamazione a mezzo stampa, risalente all'epoca fascista. Intanto martedì prossimo 21 gennaio, presso la sala stampa di Palazzo dei Normanni a Palermo, il presidente della Commissione regionale antimafia Claudio Fava ed il presidente della Federazione nazionale Beppe Giulietti, terranno una conferenza stampa congiunta. Tema dell'incontro saranno le valutazioni e la preoccupazione dopo la condanna per diffamazione del giornalista.

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