L'aria di campagna elettorale la descrive il capogruppo dei senatori del Pd in trasferta alla Camera. «Non so come la Meloni ne uscirà - spiega Francesco Boccia - sul decreto sicurezza è la prima volta che in questa legislatura Mattarella interviene così platealmente. Sulla legge elettorale noi neppure ci sediamo al tavolo e i leghisti ci hanno detto che non la faranno neppure partire. In più metti tutto quello che sta avvenendo - il nuovo scandalo nei servizi - tutti i giorni ci sarà un regolamento di conti. La verità è che quando sei debole gli altri alzano la cresta. Se la Meloni fosse ancora underdog ci sfiderebbe andando al voto, ma la underdog se l'è mangiata il Palazzo».
Se questa è l'aria, se l'opposizione già pensa alle urne, è evidente che non è possibile nessun dialogo neppure su un tema sentito come la sicurezza, neppure sulla possibilità di trovare un'intesa sui tempi per modificare gli errori sul decreto senza ricorrere all'espediente di un altro decreto. La lunga campagna elettorale fa venir meno ogni entente cordiale, ogni occasione è sfruttata per mettere alla berlina gli errori dell'avversario. Basta sentire i leader del «campo largo». «La Meloni - stigmatizza Conte - ha messo in imbarazzo Mattarella perché dovrà emanare un decreto che ha già giudicato incostituzionale». La Schlein è ancor più lapidaria: «Giorgia - è il pronostico regalato al verde Bonelli - non si riprende più». La premier, però, tiene il punto: «Nessun pasticcio, la norma sui rimpatri resta. Faremo un altro decreto per accogliere i rilievi del Quirinale».
Maledetto referendum. La partita è tutta da giocare, ma è in salita. Era prevedibile. A livello internazionale dopo gli attracchi di Trump sono arrivati quello della Tv russa (salutare perché le ha guadagnato la solidarietà di tutti meno quella di Vannacci). Ora la Meloni può confidare solo sull'Europa e sul galateo di Macron, cioè su quelli su cui non aveva puntato. In Italia il conflitto con il Quirinale è diventato pubblico. A Palazzo Chigi sono rimasti perplessi perché la norma contestata dal Colle, il contributo da destinare agli avvocati che favoriscono i rimpatri volontari degli immigrati irregolari, era contenuta in un emendamento presentato a marzo e riformulato dal governo. L'indicazione del Colle, invece, è arrivata in extremis, quando era problematico intervenire senza far decadere il provvedimento.
«Ormai - è stato il commento critico di Matteo Salvini - non mi stupisco più di nulla». Mentre il costituzionalista Stefano Ceccanti, imparziale per antonomasia, osserva: «Il decreto contiene una cavolata ma è chiaro che quando ti indebolisci gli altri Poteri rialzano la testa. Come la Corte Suprema con Trump».
È nelle cose. «Quando si comincia a perdere - insegna Luciano Violante - riprendere i cavalli è impossibile». La situazione sta diventando stressante. I bene informati raccontano che nella telefonata con cui ha licenziato l'ex presidente di Leonardo, Cingolani, la premier ha versato più di una lacrima. Vera. Nel Palazzo c'è il timore che lo scandalo dell'ex vicedirettore dei servizi De Leo lambisca la politica.
Qualche brusio attraversa pure la maggioranza. A otto giorni dalla nomina il nuovo capogruppo di Forza Italia, Enrico Costa, non ha avuto nessun contatto con la premier: la premier diffida degli ultimi movimenti che ci sono stati in Forza Italia. La Lega, invece, è irrequieta: «Il pasticcio del decreto sicurezza - giura il leghista Gianangelo Bof - è colpa dei capigruppo di Fratelli d'Italia, di Malan e Bignami». Mentre il solito Vannacci oggi farà di nuovo votare i suoi contro la fiducia al governo.
Il segnale più inequivocabile del cambio di fase però è il venir meno dell'ambizione di cambiare la legge elettorale. «È morta», è il de profundis di un esponente di primo piano di Fdi. «Si è arenata» è la sintesi di Walter Rizzetto altro esponente del partito della premier.
«L'avventura della legge elettorale è finita» sentenzia dall'alto della sua esperienza, Giulio Tremonti. Insomma, si voti tra qualche mese, tra un anno o un anno e mezzo, siamo già nell'anticamera delle urne. L'unico serafico è il redivivo ministro dell'Interno, Piantedosi: «Non respiro aria elettorale».