L'editoriale di Osvaldo Paolini di lunedì 12 gennaio reca la risposta più intelligente possibile alle opportunistiche critiche alla conduzione della politica economica oggi in Italia da parte del Financial Times.
Mi sembra però opportuno allargare ulteriormente l'angolo di visuale. Larga parte dei giornali non ha colto a sufficienza un punto chiave della conferenza stampa di Giorgia Meloni relativo alla politica economica e sociale.
La presidente Meloni ha evidenziato infatti l'esigenza di un patto sociale, quel patto sociale da tempo proposto anche da Confindustria e dai vertici della Cisl e dell'Ugl. Va ascritto a merito di Giorgia Meloni l'avere riaperto nei mesi scorsi la Sala Verde di Palazzo Chigi come tavolo di confronto con le forze sociali, anche ai fini della ricerca di un possibile patto sociale. Quel patto sociale ad esempio su cui ha basato la sua azione il governo Ciampi del 1993 in una difficile condizione dell'economia italiana, accompagnato da una forma di politica dei redditi.
La verità è che Meloni ha trovato una eredità avvelenata quanto a condizione di fondo dell'economia italiana. Da oltre 25 anni soffriamo di "mal di crescita", generato soprattutto dal "mal di produttività". Un male cui a dire il vero contribuisce anche il mal di concorrenza di cui soffre l'economia e la società italiana. Nasce da qui anche la questione del mancato incremento da troppo tempo dei salari e la diffusione del lavoro povero.
Tra gli altri aspetti, come ha ben evidenziato De Paolini, la conduzione virtuosa della finanza pubblica da parte del ministro Giancarlo Giorgetti è un aspetto cruciale che dipende appunto da scelte intelligenti operate dalla premier Meloni.
La crescita però non dipende fondamentalmente dall'azione di governo, ma soprattutto dalle imprese e dall'azione e dai comportamenti di tutte le forze sociali. Per questo solo una qualche forma di patto sociale, patto per la produttività, patto per il futuro può configurare la terapia appropriata rispetto al "mal di crescita". Così come da un patto di questo genere dipende l'andamento dei redditi effettivi di cui godono i lavoratori, compresa la questione del salario minimo.
Con l'ultima manovra finanziaria il governo ha fatto tutto ciò che è possibile, anche alla luce dei vincoli di finanza pubblica, per favorire una qualche forma di crescita delle remunerazioni per il ceto medio e il ceto medio-basso.
Tramite misure di tipo fiscale e tributario mirate anche a favorire l'effettività degli aumenti salariali derivanti dalla contrattazione collettiva. La restante azione, ai fini di una crescita delle remunerazioni, compete appunto all'azione delle imprese e delle parti sociali e può essere più efficace ed appropriata grazie ad una qualche forma di patto sociale, da cui può emergere una effettiva crescita della produttività del sistema Italia.
Se si guarda bene, sostanzialmente la via del patto sociale è stata ostacolata dal veto di Landini e della Cgil, a cui forse si è dato troppo peso. Ma è chiaro che Landini con la sua Cgil fa molto più azione politica che sindacale, manda in piazza i suoi tanti pensionati e pochi lavoratori per le più svariate questioni ideologiche e utilizza l'arma dello sciopero (a dire il vero con scarsi esisti sul piano numerico) soprattutto a questi fini.
La soluzione a questo punto sarebbe semplice.
Un tempo i governi potevano dialogare con la triplice sindacale Cgil, Cisl e Uil che avevano una tendenziale unità di visione, ma oggi la Cgil pone solo veti. Ebbene, anche l'Ugl si è pronunciata a favore del patto sociale. Quindi la nuova triplice sindacale di fatto può essere Cisl, Uil e Ugl visto che la Uil si è sganciata finalmente dal rapporto con la Cgil.
E poi ci sono ovviamente le parti sindacali datoriali, aperte verso un serio patto sociale.In sintesi è questa la via migliore per superare il mal di crescita, il mal di produttività, il mal di retribuzioni. Una via ostacolata sin qui da troppi veti e distrazioni.