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"Vi racconto che cosa ci può insegnare il Vate"

Giordano Bruno Guerri sìincastona perfettamente tra le meraviglie del Vittoriale: ne fa risplendere rigore e bellezza

"Vi racconto che cosa ci può insegnare il Vate"

Incontrare Giordano Bruno Guerri e parlare con lui, significa addentrarsi tra ricordi e nuove prospettive. Il genio dannunziano continua ad impregnare gli ambienti del Vittoriale e si insinua, con piacevole intrigo, nell'animo di chi incontra questo luogo. Lo storico Bruno Guerri con abile sapienza ha saputo dare risalto a questa cittadella monumentale e racconta del Vate e della sua proiezione nel futuro a IlGiornale.it

"Abitare qui è bellissimo", così esordisce Giordano Bruno Guerri, seduto nel suo studio, ricco di premi,libri,fotografie e memorie dannunziane. Spicca una bottiglia di Franciacorta dal nome "Disobbedisco", in onore del suo fortunato libro. In un piovoso pomeriggio autunnale, l'atmosfera della stanza è calda e allegra. Il massimo esperto dell'"amante guerriero" parla con sapienti pause e ha il dono dell'ascolto. Per lui D'Annunzio può rivivere nel mondo moderno con il suo genio e il suo guardare oltre.

D’Annunzio amava le donne e le elogiava, elevava e considerava. Nel “Trionfo della morte” la donna è seduttrice e distruttrice, capace di stravolgere la vita di un uomo. Oggi è stereotipata, maltrattata e spesso ridicolizzata. Cosa potrebbero attingere le donne moderne da quelle eroine?

La donna dannunziana è vittima ma anche eroina e non sempre il doppio ruolo è facile da far convivere. Le femmine del Vate finiscono sempre male, perché predomina il maschio dominante che a costo di distruggersi, distrugge. Però le sue donne non sono mai completamente passive, non appaiono inermi o schiave. Lui preferiva avere il ruolo del sultano ed essere padrone delle sue donne e allo stesso tempo le voleva volitive, audaci e moderne, un doppio ruolo “divino”. Siamo in un momento storico di grande passaggio, la figura della donna è in piena trasformazione. Cento anni fa non avevano diritti, subivano la volontà del maschio, non potevano decidere della loro vita, erano completamente passive, c’è stata una accelerazione straordinaria che ha totalmente stravolto, in meglio, la figura della donna. Questo cambiamento ha creato molti problemi di comportamento ai maschi, che non sono più di colpo dominanti, e ha stravolto la psicologia femminile: non tutte sono pronte a questo nuovo ruolo. Oggi le donne potrebbero attingere da quelle eroine sensuali, segreti e atteggiamenti, solo leggendo i libri di D’Annunzio e sperare di incontrare uomini come Guido Aurispa e Andrea Sperelli.

D’Annunzio coglie la crisi dell’intellettuale e vuole restituirgli il ruolo fondamentale di difesa della civiltà contro la barbarie e utilizza tecniche, linguaggi, imponendo il suo stile, secondo il “vivere inimitabile”. Oggi possiamo aspirare a quell’idea di intellettuale?

La cultura non può essere “tagliata a fette”, bisogna essere capaci di amalgamare e considerarla per intero. Per semplificare la visione del mondo la si vuol suddividere faziosamente, ma io non voglio essere catalogato come intellettuale di una certa pare politica, sono uno scrittore che ama scrivere e scrivere è un lavoro di sistemazione, si “girano frasi”. D’annunzio è stato il primo che è riuscito a unire la propria indipendenza intellettuale e il proprio genio alla necessità del mercato. E’stato straordinario quando scrisse “Il piacere”, perchè si pose il problema del pubblico a cui sarebbe stato rivolto. Escluse il romanzo storico, perché la storia è un genere a sé, escluse il libro verista perché la gente non vuole sentire la storia di povera gente, vuole leggere storie splendide che non potranno mai vivere. Si rivolse alle “leggitrici”, alle donne, le migliori fruitrici di quella prosa e di quel mondo fantastico e sognante di cui erano ghiotte. Oggi gli intellettuali dovrebbero capire di non lavorare solo per se stessi e i colleghi, ma di identificare un proprio pubblico, ognuno si cerchi la sua fetta e operi per quella.

Un uomo di piccola statura, di impareggiabile fascino e carisma, al di sopra delle mediocrità. Istrionico e complesso è stato il patriota sui generis italiano. Cosa ci ha insegnato e cosa dobbiamo a lui oggi?

D’Annunzio ci ha lasciato l’innovazione, la capacità di andare avanti e di tendere al futuro. È stato lui che ha inventato l’espressione “beni culturali” e per primo li ha difesi. Quando a fine ‘800 si abbattevano le ville cinquecentesche romane di via Veneto per costruire altre ville, si oppose con tutte le sue forze, e lo stesso fece quando volevano abbattere le torri di Bologna. A lui si deve la nascita della parola “intellettuale” come sostantivo, a lui il termine “scudetto” sulla maglia della nazionale. La sua capacità era quella del genio in grado di guardare oltre. L’uomo non deve stare nel pozzo dove continua inutilmente a navigare, ma deve uscire dalle acque profonde e putride per elevarsi.

D’Annunzio è un uomo che ha realizzato i suoi desideri, ha inventato se stesso e ha sfidato una società perbenista, sfoggiando trasgressioni, bellezza e lusso. La sua carica vitale, la capacità di aver imposto la sua personalità, fanno di lui un uomo fuori dal comune. La nostra società dovrebbe riscoprire quell’ardore e quell’ardire vitale, quella capacità di esprimersi con potenza e originalità?

La massa nella storia dell’uomo è sempre stata inerme, amorfa e aspetta qualcuno che la “svegli”, è come un corpo inerte, addormentato che aspira a qualcuno come D’Annunzio che la risollevi, la trascini e la faccia avanzare, che l’accoltelli, altrimenti da sola non riuscirà mai ad emergere da quell’inutile tepore. Perché accada questo servono gli esempi, le guide, occorre qualcuno che faccia cose potenti e ammirabili dalla società. L’amore smodato del Vate per il lusso noi oggi lo abbiamo involgarito, mercificato brutalmente, la stessa cosa vale per i rapporti sessuali, diventati non più “terra di conquista”, ma di perversione misera e arida. D’Annunzio era una figura dalla personalità imponente e sofisticata, con guizzi di libertà e tutto quello che faceva, ogni cosa sfiorata dal suo genio, prendeva l’aura del mito. In realtà era un uomo normalissimo dal punto di vista sessuale e umano, ma l’aspetto clamoroso è che riusciva ad irretire e a conquistare le donne grazie al suo irresistibile fascino, fatto di intelligenza, sapienza, ricchezza: una caratura umana fuori dal comune. Il sogno del maschio attuale è di tornare ad essere come lui.

Secondo Lei il metaverso inteso come uno spazio collettivo virtuale e condiviso, creato dalla convergenza di realtà fisica virtualmente migliorata e realtà digitale, è importante e quanto deve essere preso sul serio?

Io sono un appassionato di film di fantascienza e credo che tutto quello che l‘uomo può immaginare lo può anche realizzare. Credo molto nella tecnologia e a tutte le possibilità che offre. Se il metaverso diventasse una realtà disumana sarebbe deleterio e non aiuterebbe l’uomo nel suo progredire a 360 gradi. Se invece si arrivasse ad uno sviluppo assoluto della tecnologia in grado di dare possibilità inimmaginabili e straordinarie, allora anche il metaverso andrebbe a completare l’uomo nel suo avanzare nella storia. Ai miei figli non impedisco di utilizzare dispositivi tecnologici, non li scoraggio a sfruttarli, perchè cha sarà il loro linguaggio. Di certo l’ambiente familiare deve saper fermare e porre dei limiti quando si tratta di bambini e adolescenti per i pericoli in cui possono incorrere inconsapevolmente.

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