L'avevamo perso di vista dieci anni fa. L'ultima volta Thomas Clayton Wolfe era risorto sul grande schermo con le affascinanti sembianze di Jude Law in Genius. Interpretazione all'altezza, malgrado l'attore britannico dichiari scarsi centottanta centimetri, venti in meno del gigante della Carolina del Nord. Più utile ad alimentare la leggenda del genio incompreso prematuramente scomparso che a riconsiderare la sorprendente modernità delle sue opere.
Il regista Micheal Grandage, profondo conoscitore del teatro shakespeariano e dei suoi codici, ci restituisce un Wolfe sin troppo barbarico, affamato di vita e divorato dall'urgenza della scrittura. La pellicola ricostruisce il burrascoso quanto prolifico sodalizio umano e artistico tra il vulcanico Wolfe e Maxwell Perkins, il celebre editor che, forbici alla mano, lo sottrasse a un gramo destino di insegnante precario e di inevitabili rifiuti editoriali. Perkins riuscì nell'impresa di imbrigliare il torrenziale talento dello scrittore entro i margini di un'opera pur sempre fluviale ma compiuta, che diede all'autore l'immediata popolarità.
Parliamo dell'opera prima di un Wolfe neanche trentenne, Look Homeward, Angel (1929), pietra miliare della letteratura a stelle e strisce, vera e propria bibbia per Jack Kerouac e per l'intera Beat Generation che vi trovò scrittura autobiografica nutrita da un dilatato flusso di coscienza e centralità totalizzante dell'esperienza personale.
La mirabolante, picaresca e cruda odissea americana di Eugene Gant, alter ego dell'autore, fornì ingredienti che avrebbero ispirato più generazioni di scrittori. Il viaggio prende le mosse da Altamont, trasposizione letteraria di Asheville, la città dov'era nato il 3 ottobre 1900, e segue i primi vent'anni di vita del protagonista.
Non è un caso se quel testo strabordante, che trasforma la vita in materia narrativa e anticipa l'autofiction, sia ancora studiato nelle scuole americane.
William Faulkner spiegò agli studenti perché avesse posto Wolfe in cima alla personale hit in cui lui stesso si era accontentato della seconda piazza: "Wolfe era quello che aveva provato con più impegno a prendere tutta l'esperienza che era capace di vivere e di immaginare e a metterla in un libro, fissandola sulla punta di uno spillo".
Una fama che aveva varcato l'oceano per conquistare l'Europa, dove Wolfe aveva viaggiato in lungo e largo ben prima che arrivasse il successo. Thomas Bernhard, poco incline ai complimenti nei confronti dei colleghi, confessò: "Quel tornado sulla carta è stato il primo ad affascinarmi davvero".
Luchino Visconti ne rimase talmente affascinato da portare in scena, nel 1957 a Broadway e l'anno successivo in Italia, una rappresentazione teatrale di Look Homeward, Angel.
Riproposto nella collana Originals con la copertina della prima edizione americana, Angelo, guarda il passato è recentemente tornato nelle librerie italiane grazie alla Mattioli 1885, nella pressoché totale indifferenza dei più.
Un'operazione editoriale culturalmente ambiziosa, che non si propone di riesumare Thomas Wolfe nelle polverose vesti di classico invecchiato male, superato dal successo dai suoi stessi eredi e consegnato a un ingeneroso oblio.
L'intento dichiarato è di restituirne l'opera viva, meno distante dalla sensibilità contemporanea di quanto potesse sembrare qualche decennio fa, quando l'eccesso emotivo era considerato un difetto piuttosto che un valore. Se le più datate edizioni italiane tendevano a normalizzarne lo stile, ridondante e digressivo, per renderlo più ordinato, la nuova traduzione valorizza la lunghezza delle frasi, il ritmo quasi orale della narrazione e il lirismo elegiaco e visionario.
Non siamo difronte a un tradizionale romanzo di formazione. Wolfe rovescia nell'opera il senso di appartenenza al Sud e il bisogno di fuga dalla provincia, l'amore per la famiglia e il senso di soffocamento che gli provoca il focolare. Lo fa accordando la sua voce, senza filtri e mediazioni, al modo in cui il flusso della memoria funziona: disordinato, ossessivo, pieno di ritorni, flashback, rielaborazioni
Nell'ottobre del 2000, in occasione del centenario della nascita dello scrittore, l'University of South Carolina Press pubblicò, a mo' di risarcimento postumo, il testo senza i tagli imposti da Perkins per confezionare il romanzo del 1929.
O Lost, il titolo scelto per questa riedizione, ripreso nel 2014 anche dalla Elliot Edizioni, è quello che Wolfe avrebbe voluto dare alla sua opera. Oh perduto richiama esplicitamente Paradise Lost di John Milton: un'espressione che evoca il senso di perdita quale condizione esistenziale. Come nel poema miltoniano l'uomo è costretto ad abbandonare il paradiso terrestre, così in Wolfe emerge il desiderio struggente di ritrovare una pienezza originaria ormai smarrita.
L'opera è rivolta a lettori motivati: il tempo non è lineare, le emozioni sabotano la struttura e la complessità diventa ancor di più parte integrante dell'esperienza di lettura. Non si tratta di una mera questione di stile. La forma diventa sostanza: non racconta solo l'infanzia, ricrea la percezione infantile del mondo. Non siamo difronte alle divagazioni di un intellettuale annoiato e logorroico, ma al tentativo di trattenere il tempo che passa, un passato che per definizione non è recuperabile ma continua, in qualche misura, a vivere dentro di noi.
Eppure, la sua opera è stata letta da parte della critica come troppo egoriferita, meno elaborata e compiuta rispetto ad altri grandi romanzieri che risultano maggiormente compatibili con il grande pubblico.
Certo, l'architettura narrativa di Faulkner è più solida, le opere di Wolfe non ammiccano all'impegno sociale come quelle di Steinbeck, non hanno la misurata eleganza di Fitzgerald o l'essenzialità chirurgica di Hemingway.
La morte, arrivata il 15 settembre 1938 a Baltimora, a pochi giorni dal suo trentottesimo compleanno, non gli diede il tempo di consolidare la propria forma.
All'autore sopravvisse la leggenda, a partire proprio dalle cause della morte: per alcuni dovuta a una mera polmonite, per altri a una più letteraria tubercolosi cerebrale contratta in seguito a una pinta di whisky condivisa con un vagabondo.
Consolidati luoghi comuni lo inchiodano alla figurina dell'autore inaffidabile, perennemente ubriaco, sempre in bilico tra un'intima esuberanza e la disperazione, troppo romantico per essere preso sul serio.
Il caso di Wolfe resta quello di uno scrittore enorme per influenza, ma non altrettanto per fortuna nel tempo. Per quanto profondo sia stato il suo impatto sulla letteratura del ventesimo secolo, resta marginalizzato tra quegli scrittori condannati a rivolgersi solo ad altri scrittori.
Ray Bradbury, che lo riteneva uno dei propri maestri, in un racconto ambientato nel futuro immaginò che la Terra inviasse una nave nel passato per recuperare Wolfe, ritenendo che solo la sua capacità di descrivere l'America potesse catturare la vastità dell'espansione spaziale. Sicuramente, sarebbe d'aiuto a leggere la società americana dei nostri giorni.