Picasso si elevò al cubo e gli altri pittori sparirono

Talento precocissimo e genio irrefrenabile, lo spagnolo ha segnato la cultura del Novecento

Picasso si elevò al cubo e gli altri pittori sparirono

Giusto cinquanta anni fa, l'8 aprile del 1973, nella casa di Mougins in Costa Azzurra moriva Pablo Picasso. A novantadue anni il suo corpo si era rinsecchito, ritornando esile come nell'adolescenza. Esile e affamato, lo ricorda Patrick O'Brian, autore della biografia forse più importante sul pittore spagnolo, pubblicata nel 1989, un grande classico, e oggi per l'anniversario riproposta da Longanesi (Picasso, pagg. 574, euro 13,90).

Si fa fatica a immaginare Picasso esile, certo lo si sa di non alta statura, ma non mingherlino; il suo corpaccione, spesso esibito virilmente, il petto nudo, il cranio precocemente netto, gli occhi tondi e strabuzzanti, le grosse mani quasi da contadino... è stato una presenza ingombrante nell'arte del Novecento. Non solo Picasso, per carisma e vitalità, ha spazzato via gli amici che provarono a sminuirne l'egoitca corpulenza (Soutine e Derain per esempio scherzavano sulla sue manie da nouveau riche), ma ha annichilito perfino chi tentò di cambiare il campo di gioco per non trovarselo di fronte. Pensiamo a Duchamp, inizialmente buon pittore (ma non confrontabile al fuoriclasse di Malaga) che si inventò l'arte concettuale presagendo l'impossibilità di superarlo. Solo l'altrettanto tarchiato e scattante Boccioni avrebbe potuto, se non fosse morto presto, rivaleggiare, Boccioni che Marinetti si trascinava nelle risse futuriste confidando nella sua forza fisica, oltre che pittorica e scultorea, Boccioni che di nascosto raggiungeva Parigi per sbirciare dalle vetrine i quadri di Picasso e capirne i segreti, Boccioni che con tutta probabilità avrebbe inciso con la stessa forza nel secolo Ventesimo: i pochi confronti possibili danno ragione all'artista italiano, si pensi a Materia, alla forza e all'accelerazione di linee e colori con cui dipinge la madre seduta, le mani in grembo, e il più modesto ritratto cubista del gallerista Ambroise Vollard, simile per postura, raffigurato negli stessi anni da Picasso. Gli altri pittori, invece, pur geniali, l'introverso Modigliani, l'eccentrico Dalì, il raffinato De Chirico, e poi Balthus, Bacon... tutta la schiatta degli altri cede, via via, il passo a Picasso, alla sua politropa essenza, al suo estro, alla sua capacità metamorfica, alla sua prolifica attività, quasi quarantamila opere, al suo vigore di torero mancato. Ne rimarrà uno solo.

Il corpo di Picasso, il talento assoluto e precoce, giganteggia e lo esalta O'Brian che ne segue la vita passo dopo passo, facendo un affresco della cultura novecentesca in 500 pagine fitte e di bella scrittura, insistendo sui primi anni di formazione, quelli tra il 1894, cioè dell'infanzia nella madre patria - memorabile la leggenda sul suo ingresso all'accademia di Barcellona appena tredicenne, quando sorprese gli esaminatori con due disegni compiuti in appena un'ora - e il primo viaggio a Parigi nel 1900. E poi l'exploit tra Madrid e di nuovo Parigi, e quindi l'acclamazione a partire dall'invenzione del cubismo tra il 1909 e il 1910, i vari periodi, rosa e blu, gli arlecchini, i saltimbanchi, la nature morte, i tori, la bohème e l'impegno politico, e poi le infinite opere, il capolavoro Les demoiselles d'Avignon, un vero manifesto programmatico, l'apoteosi di Guernica, simbolo della tragedia della guerra civile di Spagna, ma per traslato simbolo eterno dell'orrore di tutte le guerre precedenti e di quelle che in futuro accadranno, e con la stessa intensità lirica i quadri per dire minori, Le due sorelle, sorta di cliché che ripete l'iconografia cristiana della visitazione di Maria ad Elisabetta, in cui raffigura una madre che visita la figlia carcerata, una delle due con un bimbo in grembo, o ancora Les femme d'Alger che nel 2015 è stato battuto da Christie's per la cifra record di 179 milioni di dollari.

Ecco l'artista, poi c'è il Picasso privato: una specie di vampiro con le donne, così lo stigmatizza Alessandra Redaelli in un libro che ne narra le prodezze amorose (Forse non tutti sanno che l'arte... Vizi segreti, geniali sregolatezze e inconfessabili misfatti degli artisti più influenti di sempre, Newton Compton, 2022), violento e manipolatore, narcisista, colleziona e spreme e torce le amanti, da Olga Chochlova, la prima moglie, a Marie-Thérèse Walter che si impiccherà, da Dora Maar che impazzirà, passando per Françoise Gilot che lo descriverà nel 1964 in una sprezzante autobiografia (Life with Picasso), fino a Jacqueline Roque che si ucciderà nel 1986. A proposito, per stare in tema, Carl Gustav Jung paragonerà le opere di Picasso a quelle degli schizofrenici, in cui predominano il carattere della frattura, con linee spezzate, figure orride e grottesche.

A cinquanta anni dalla morte, resta in ogni caso, al di là della biografia, splendida e incontestabile, l'opera che in questi mesi viene celebrata in varie mostre nel mondo, a New York, Parigi, Madrid, Basilea, Bilbao: per i cultori l'occasione, a Venezia, è di vedere a Palazzo Venier dei Leoni tutte le opere di Picasso acquistate da Peggy Guggenheim (Il poeta del 1911 è l'indimenticabile quadro

cubista), oppure a Milano, dove la galleria Building dal 14 aprile inaugura una piccola retrospettiva con 15 disegni compresi tra il 1905 e il 1970 che ne mostrano, forse ancora più delle tele, il percorso straordinario.

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