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Il buon lavoro non va sprecato

Il giudizio sul governo Meloni non può essere né liquidatorio né celebrativo. In un periodo complesso ha garantito stabilità merce rara in Italia e ha accompagnato senza danni una fase positiva del lavoro

Il buon lavoro non va sprecato

I numeri non mentono, ma nemmeno parlano da soli. Hanno bisogno di essere interpretati, scomposti, messi in relazione con il contesto. Prendiamo il dato sugli oltre 1,2 milioni di posti a tempo indeterminato in più a cui ieri il Giornale ha dato ampio risalto: è reale, verificabile, e racconta qualcosa di importante. Ma non racconta tutto. E il rischio, quando una cifra diventa simbolo, è confondere una parte della storia con la sua interezza.

È esattamente ciò che accade nel dibattito politico, dove i numeri vengono spesso selezionati per rafforzare una narrazione più che per descrivere una realtà. La dichiarazione del sottosegretario Giovanbattista Fazzolari quasi 1,2 milioni di posti stabili in più in 1.288 giorni rientra perfettamente in questa logica: un dato efficace, un messaggio lineare, un risultato rivendicabile. Ma proprio per questo merita di essere analizzato con maggiore attenzione.

Partiamo dai fatti. Il mercato del lavoro italiano, negli ultimi tre anni e mezzo, ha mostrato una resilienza sorprendente: occupazione in crescita, contratti stabili in aumento, disoccupazione in calo. Un risultato tutt'altro che banale se inserito in una congiuntura difficile, segnata da inflazione, tassi volti di nuovo verso l'alto e tensioni geopolitiche di portata globale. Attribuirne il successo esclusivamente al governo Meloni sarebbe però una forzatura. Una parte non marginale della dinamica occupazionale nasce prima: dalla ripresa post-pandemica e dagli stimoli europei, Pnrr in primis. Ciò detto, sarebbe altrettanto scorretto negare che l'esecutivo abbia contribuito fattivamente a consolidare il quadro: decontribuzione, sostegno al lavoro stabile, e soprattutto una linea di continuità che ha evitato scossoni. Il punto, allora, non è negare i risultati ma misurarne la solidità. Perché il test vero non è nelle fasi favorevoli, ma in quelle avverse. Del resto, i segnali di rallentamento già si intravedono. La manifattura soffre in modo crescente la debolezza della domanda estera e soprattutto pesa il costo dell'energia; il terziario regge, ma non basta. Sicché, l'occupazione potrebbe perdere slancio, e con essa la narrazione ottimistica che pure oggi si sostiene su basi solide.

C'è poi un nodo che i numeri non risolvono: la qualità del lavoro. I contratti stabili aumentano, ma i salari reali restano deboli. L'Italia continua a distinguersi in Europa per un potere d'acquisto inferiore rispetto a vent'anni fa, sebbene si siano avuti miglioramenti non marginali. Un'anomalia strutturale che non si corregge con rivendicazioni statistiche. A ciò si aggiunge la questione della politica industriale. Il passaggio da Industria 4.0 a 5.0, tra cambi di rotta e correzioni in corsa, ha generato più incertezza che slancio: investimenti in calo, imprese tornate prudenti, innovazione rallentata. Ma il danno più serio è la fiducia: persa quella, il sistema si ferma.

Sul fronte degli stipendi, la scelta di non introdurre un salario minimo legale e di puntare sulla contrattazione è più che legittima, persino condivisibile, ma espone a un rischio evidente: lasciare scoperti i lavoratori più deboli. Qui la linea del governo appare più ideologica che pragmatica. Probabilmente andrebbe rafforzata la contrattazione collettiva, rendendola più rappresentativa e più vincolante. Oppure si dovrebbe agire in modo più mirato sul cuneo fiscale.

E poi c'è l'energia. Le nuove tensioni internazionali rischiano di riaprire un fronte che sembrava sotto controllo. Prezzi in forte salita, margini pubblici ridotti, necessità di interventi urgenti. Finora l'esecutivo ha gestito con equilibrio, ma il tempo delle misure tampone non può durare oltre. Serve una strategia coerente e di lungo periodo.

Il giudizio sul governo Meloni, dunque, non può essere né liquidatorio né celebrativo. In un periodo complesso ha garantito stabilità merce rara in Italia e ha accompagnato senza danni una fase positiva del lavoro. Ma non ha ancora sciolto i nodi strutturali della crescita. Ed è qui che si apre la nuova fase. Proprio perché i fondamentali, oggi, sono più solidi di quanto molti prevedessero, Giorgia Meloni ha ora gli argomenti per avviare la Fase 2 del suo governo: quella delle scelte più incisive, destinate a segnare quel che resta della legislatura. Non più gestione, ma direzione.

Alcuni segnali si intravedono. Il recente varo del piano per la realizzazione di 100mila nuove abitazioni in tempi rapidi è un intervento che va oltre l'emergenza e tocca un nodo sociale ed economico cruciale: casa, lavoro, mobilità. È una misura che può avere un impatto concreto, se accompagnata da tempi certi e da una filiera efficiente. Ma un provvedimento, da solo, non basta. Serve una linea. Serve coerenza tra politica industriale, lavoro ed energia. Serve, soprattutto, la capacità di trasformare una fase favorevole in un trampolino, non in un alibi.

Perché mille posti di lavoro al giorno fanno notizia. Ma è la loro tenuta nel tempo e la loro qualità a fare la differenza tra propaganda e sviluppo. E la Fase 2 dirà se quei numeri erano l'inizio di un percorso o solo una buona fotografia del passato recente.

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