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Il Santo Graal dell’energia

Lunedì 20 aprile l'evento del Giornale e Moneta con il ministro Pichetto Fratin con focus sul ritorno al nucleare. Accesso libero fino ad esaurimento posti previa iscrizione cliccando questo link

Il Santo Graal dell’energia

Lunedì 20 aprile l'incontro con il ministro Pichetto Fratin con focus sul ritorno al nucleare. L'evento è ad accesso libero fino ad esaurimento posti previa iscrizione cliccando questo link. Per maggiori informazioni si prega di scrivere a eventi@ilgiornale.it

C’è una storia che gli uomini si raccontano da quando hanno alzato gli occhi verso il cielo e hanno capito che il sole non è un dio ma una fornace. È la storia di chi vuole rubare il fuoco alle stelle. Non il fuoco di Prometeo, che era un furto poetico, un atto di ribellione contro l’ordine divino. Qui si parla di qualcosa di più radicale, di più folle e di più umano. Si parla di ricreare sulla terra il processo che tiene acceso l’universo. Si parla di fusione nucleare. E si parla anche di noi, della nostra incapacità cronica di distinguere il possibile dall’utopia, del nostro vizio di trasformare ogni conquista tecnologica in una guerra di religione tra fazioni che preferiscono avere ragione piuttosto che avere energia.

Ogni epoca ha il suo Santo Graal. Il nostro è un reattore a forma di ciambella, si chiama Tokamak, e dentro quella ciambella il plasma viene portato a centinaia di milioni di gradi, temperature che non esistono in natura su questo pianeta, temperature che richiedono campi magnetici di una potenza tale da sembrare atti di fede più che di ingegneria. Due atomi leggeri, deuterio e trizio, isotopi dell’idrogeno, si fondono e generano elio, un elemento più leggero della somma delle sue parti. Quella differenza di massa è energia pura. È la formula di Einstein che smette di essere un’equazione sulla lavagna e diventa calore, vapore, elettricità. Il materiale di partenza è acqua. Il risultato è vapore acqueo che muove le turbine. Se qualcosa va storto, il processo si spegne da solo. Niente scorie radioattive da seppellire per centomila anni, niente incubi di Chernobyl o Fukushima, niente plutonio che finisce dove non dovrebbe finire. Sembra troppo bello per essere vero, e forse è proprio per questo che ci abbiamo messo settant’anni a crederci davvero.

Il problema è che il mondo non ha più il lusso del tempo. I numeri sono impietosi. Le fonti fossili coprono ancora l’ottanta per cento dei consumi energetici globali. Entro tre decenni arriveranno due miliardi di nuovi abitanti sulla Terra, e centinaia di milioni di persone non hanno ancora oggi accesso all’energia. A questo aggiungiamo i nuovi mostri affamati, i data center, le piattaforme di intelligenza artificiale, algoritmi che consumano da cento a mille volte più energia di una semplice ricerca su Google. Microsoft ha quasi raddoppiato i propri consumi energetici tra il 2020 e il 2023, e la tendenza non riguarda solo lei. È l’appetito di un mondo che digitalizza tutto e non si chiede mai quanto costa in watt quella comodità. Foderare il pianeta di pannelli solari e pale eoliche non basterà, non per mancanza di volontà ma per i limiti fisici dell’intermittenza. Serve qualcosa di programmabile, di continuo, di pulito. Serve il nucleare, e nella sua forma più ambiziosa serve la fusione.

Lo scenario è da corsa all’oro. L’Agenzia internazionale dell’energia atomica conta più di centocinquanta progetti di fusione nel mondo, con un aumento del trenta per cento dal 2019. Il settore privato ha investito oltre sei miliardi di dollari, con quarantatré società operative. Il Regno Unito punta a lanciare il primo impianto dimostrativo entro il 2040 con il progetto STEP. Gli Stati Uniti hanno annunciato la Bold Decadal Vision, una strategia decennale per la commercializzazione. La Cina si muove con la mentalità industriale di chi non ha tempo per i dibattiti accademici e non ha bisogno di chiedere il permesso ai comitati della perplessità. E l’Europa, che pure detiene una leadership scientifica consolidata e ha esportato tecnologie del settore per oltre un miliardo e mezzo di euro tra il 2018 e il 2022, si muove con quella lentezza di chi confonde la prudenza con la paralisi e il principio di precauzione con la rinuncia a vivere.

L’Italia gioca una partita che meriterebbe più attenzione mediatica e meno retorica. Contribuisce al progetto ITER con commesse per quasi due miliardi di euro. A Frascati, nei laboratori dell’ENEA, si costruisce il DTT, il Divertor Tokamak Test, una delle macchine sperimentali più importanti del continente, pensata per testare i componenti che dovranno gestire il calore infernale della camera di fusione. E poi c’è Eni, che dal 2018 è azionista strategico di Commonwealth Fusion Systems, lo spin-out del MIT che sta costruendo SPARC, il reattore che dovrebbe dimostrare entro la fine del decennio che la fusione può produrre più energia di quanta ne consuma. Dopo SPARC verrà ARC, la prima centrale a fusione su scala industriale, prevista per i primi anni Trenta. Se funziona, cambia tutto. Se funziona, l’Italia avrà fatto qualcosa di più che partecipare a un consorzio internazionale, avrà scommesso sul futuro con la stessa incoscienza visionaria di quando costruiva il Settebello o lanciava il Pendolino sui binari d’Europa.

John Kerry, visitando l’impianto di CFS vicino a Boston, disse una cosa che vale più di qualsiasi rapporto tecnico. Disse che era cresciuto sentendo parlare di fusione, e che ogni volta il traguardo si spostava di settant’anni in avanti. Poi aggiunse che era la prima volta, dopo una vita intera, che sentiva scienziati e imprenditori avvicinare la data invece di allontanarla. Le cose erano cambiate radicalmente in poco tempo. Forse il Santo Graal non è più una leggenda. Forse è solo una questione di ingegneria, di capitali e di coraggio politico.

E forse la vera domanda non è quando arriverà la fusione, ma se saremo abbastanza intelligenti da non sabotarla prima, da non affogarla in quel mare di burocrazia, ideologia e paura che è il vero combustibile fossile da cui l’Europa non riesce a liberarsi.

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