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Dai petrolieri Usa alla Russia di Putin. Ecco chi guadagna dalla guerra in Iran

Per le big oil 60 miliardi di extra-incassi. E a Mosca non conviene la pace a Kiev

Dai petrolieri Usa alla Russia di Putin. Ecco chi guadagna dalla guerra in Iran
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Mentre il mondo guarda con apprensione al prezzo del barile di petrolio, c’è anche chi sta ottenendo un dividendo prezioso dalla guerra in Iran. I cittadini americani (così come quelli europei) non saranno certo contenti di pagare di più gas e gasolio, ma a quanto sembra le compagnie petrolifere statunitensi stanno facendo affari d’oro: come scrive il Financial Times, quest’anno potrebbero ottenere un guadagno straordinario di oltre 60 miliardi di dollari se i prezzi del greggio si mantenessero ai livelli raggiunti dall’inizio della guerra in Iran. Secondo la banca d’investimenti Jefferies, i produttori americani genereranno un flusso di cassa aggiuntivo di 5 miliardi di dollari solo questo mese, a seguito di un aumento dei prezzi del petrolio di circa il 47% dall'inizio del conflitto, il 28 febbraio. La chiave di tutto è il blocco dello stretto di Hormuz, che ha già fatto volare il Brent oltre i 100 dollari al barile. Situazione che certo non migliorerà oggi all’apertura dei mercati, dal momento che nel week-end gli Usa hanno attaccato l’hub petrolifero dell’isola di Kharg. Una sortita che non ha riguardato le infrastrutture chiave del centro nevralgico del petrolio iraniano, ma ha un alto valore simbolico: significa che quello non è più un obiettivo tabù, anche per una potenziale operazione di terra.
I mercati affronteranno una settimana dove si pronunceranno anche le banche centrali del pianeta sui tassi d’interesse: mercoledì sarà il turno della Fed, giovedì sarà quello della Bce. Dove tuttavia non si attendono (per ora) rialzi al costo del denaro.
Il Medio Oriente a soqquadro ha prodotto anche un altro vincitore: è la Russia di Vladimir Putin, per una serie di motivi diversi. In primis, economico: il Cremlino è tra i più grandi esportatori di idrocarburi al mondo e l’allentamento delle sanzioni statunitensi ha fatto impennare gli incassi. Mosca, secondo varie stime, avrebbe visto arrivare fino a un miliardo in più a settimana (150 milioni al giorno) a partire dall’inizio del conflitto. Ma al di là della mera questione dell’export di petrolio, la Russia sta ricevendo un dividendo politico e d’immagine del tutto inaspettato: il Paese può essere un agente di stabilizzazione, dopo essere stato l’agente destabilizzante per antonomasia degli ultimi anni. Ora non è più il nemico pubblico numero uno e l’attenzione del mondo si è spostata lontana dall’Ucraina, un teatro di guerra che paradossalmente potrebbe essere più conveniente mantenere in piedi ancora un po’. Putin ha trasformato il Paese ormai in conflitto da oltre quattro anni - in una gigantesca economia di guerra. Una nazione che dedica quasi il 40% del suo bilancio pubblico alla Difesa. Alcune stime valutano lo sforzo bellico pesare per il 10% del Pil, per una filiera militare che impiega diversi milioni di persone.
Storicamente, del resto, ci sono esempi illustri di Paesi che hanno affrontato difficoltà economiche al termine di una lunga guerra. Il motivo risiede nella fine dei sussidi pubblici, nell’aumento della disoccupazione e un aumento dell’inflazione: è successo agli Stati Uniti dopo il Vietnam, al Regno Unito dopo la Seconda guerra mondiale.
La stessa Unione sovietica, progenitrice della Russia di oggi, ha visto difficoltà importanti dopo la fine del conflitto in Afghanistan. Guerra, quest’ultima, che si concluse nel 1989 e fece da antipasto allo storico crollo dell’Urss.


Perché, allora, affrettare la fine del conflitto quando l’avversario ucraino rischia di trovarsi più solo che mai con Usa ed Europa impegnati in altre questioni più stringenti? Il costo della pace arriverà a tempo debito per la Russia, ma è meglio giustificare l’eventuale crisi con una vittoria militare.

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