Se Kevin Warsh davvero si avvia alla guida della Federal Reserve, il problema non è l'uomo. È il segnale. I mercati l'hanno capito prima dei commentatori: rendimenti su, dollaro forte, Borse altalenanti. Non è isteria. È memoria storica. Warsh arriva con l'etichetta di «falco», ma con un'agenda più ambigua: tassi potenzialmente più bassi, bilancio della Fed sotto revisione, nuovo asse con il Tesoro americano. Tradotto: meno ortodossia, più discrezionalità. E quando la banca centrale più potente del mondo diventa discrezionale, il sistema monetario globale entra in fibrillazione.
Il rischio non è l'inflazione di domattina. È la rottura del patto implicito che regge la finanza internazionale: una Fed prevedibile, ripetitiva, ancorata a regole riconoscibili. Se quel perno si muove, tutto il resto balla. Dollaro, Treasury Bond, flussi di capitale, debito emergente. E infine l'Europa, che di quel sistema è il vaso di coccio.
Un dollaro strutturalmente più forte, sostenuto da rendimenti americani volatili e da una Fed meno dipendente dalle congiunture, significa importare restrizione finanziaria senza averla votata. Per l'Eurozona è lo scenario peggiore: crescita debole, debito alto, politica monetaria in affanno. La Bce si troverebbe stretta tra due fuochi: seguire Washington per evitare fughe di capitali o restare indietro e pagare il prezzo sul cambio e sull'inflazione importata.
C'è poi il tema più sottile, ma più insidioso: il nuovo accordo tra la Federal Reserve e il Tesoro americano. Coordinamento, lo chiamano a Washington. In Europa lo chiameremmo politico-dipendente. Se la linea tra politica monetaria e fiscale si fa nebbiosa negli Stati Uniti, la pretesa europea di regole, trattati e vincoli diventa improvvisamente provinciale. E soprattutto fragile. Che fare, allora, per evitare che gli strappi d'Oltreoceano si trasformino in crepe continentali? Primo: smettere di fingere che la Bce possa vivere in una campana di vetro. Serve realismo strategico, più attenzione ai flussi globali di capitale, meno
teologia monetaria. Secondo: accelerare sull'Unione dei mercati dei capitali. Senza un mercato finanziario profondo e integrato, l'Europa resta dipendente dall'umore di Washington. Terzo: coordinamento fiscale vero, non declamato. Se la politica monetaria perde centralità, chi non ha una politica di bilancio credibile è spacciato. Quarto: difendere l'indipendenza delle istituzioni europee, proprio mentre altrove viene messa in discussione.
Warsh parla di «cambio di regime». Ne prendiamo atto.
Ma i cambi di regime non avvisano, travolgono. L'Europa può subirli, come spesso purtroppo accade. Oppure può finalmente comportarsi da area monetaria adulta. Il tempo delle illusioni, questa volta, rischia di essere più costoso del solito.