Negli ultimi giorni l’Iran è tornato al centro dell’attenzione internazionale per una nuova fase di proteste sociali che si intrecciano con una crisi economica sempre più profonda e con una sfida ormai quotidiana delle donne alle regole sull’abbigliamento imposte dalla Repubblica Islamica. A Teheran, come in altre grandi città del Paese, il malcontento per l’aumento dei prezzi, la disoccupazione e il crollo del potere d’acquisto ha riportato persone in strada, coinvolgendo commercianti, studenti e lavoratori.
Dentro questo scenario di tensione si inserisce un fenomeno che non è nuovo, ma che oggi appare sempre più visibile: la disobbedienza femminile al velo obbligatorio. Negli ultimi mesi, i social e le testimonianze descrivono una capitale in cui un numero crescente di donne cammina a capo scoperto o indossa l’hijab in modo volutamente simbolico, soprattutto nei quartieri centrali, nei caffè, nelle università e negli spazi commerciali. Non si tratta di un singolo evento coordinato, né di una “giornata zero” della protesta, ma di una pratica diffusa che continua nonostante il rischio di fermo, multa o arresto.
Sui social network — in particolare X e Instagram — circolano in queste ore numerosi video e immagini che mostrano donne senza velo durante le proteste o nella vita quotidiana. Molti di questi contenuti hanno un forte valore simbolico e documentano un cambiamento reale, ma vanno letti con cautela: spesso non è possibile verificarne con precisione data e luogo, e clip girate in momenti diversi vengono aggregate sotto un’unica narrazione. Gli stessi fact-checker internazionali ricordano che i social sono un termometro potente di ciò che accade in Iran, ma non una prova definitiva senza riscontri incrociati.
Ciò che è verificabile, invece, è il contesto più ampio. La sfida al velo obbligatorio è parte di una trasformazione iniziata nel 2022, dopo la morte di Mahsa Amini, arrestata dalla polizia morale per una presunta violazione delle norme sull’hijab. Da quel momento, il movimento “Donna, Vita, Libertà” ha segnato una frattura profonda nel rapporto tra una parte consistente della società iraniana — in particolare le donne — e le autorità. Anche quando le grandi proteste di piazza sono state represse, la contestazione non si è fermata: si è spostata nei gesti quotidiani, nei corpi, nell’abbigliamento.
In questi giorni di protesta economica e sociale, la presenza femminile rimane centrale. Video condivisi online mostrano donne che partecipano alle manifestazioni senza velo, che discutono con le forze di sicurezza o che incitano gli altri a non disperdersi. In altri casi, la disobbedienza è più silenziosa ma altrettanto politica: camminare a testa scoperta in una strada affollata, entrare in un negozio o salire su un mezzo pubblico senza hijab diventa un atto di sfida reiterato, normalizzato, difficile da reprimere senza alimentare ulteriore rabbia.
Le autorità rispondono in modo oscillante. Da un lato, parlamentari e figure conservatrici chiedono un’applicazione più dura delle norme sull’hijab, considerate un pilastro ideologico dello Stato. Dall’altro, l’apparato di sicurezza sembra muoversi con prudenza, consapevole che una repressione indiscriminata potrebbe riaccendere proteste su larga scala come quelle del passato. Questa ambiguità contribuisce a rendere la disobbedienza femminile ancora più visibile nello spazio pubblico.
Più che una rivolta spettacolare, ciò che sta accadendo in Iran assomiglia a una trasformazione lenta ma persistente, visibile nelle strade, nei video
che filtrano sui social e nella normalità di gesti che fino a pochi anni fa sarebbero stati impensabili. Una rivoluzione senza palco, senza leader riconoscibili, ma capace di incidere in profondità sulla società iraniana.