«Il regime è debole come mai prima. Le proteste sono le più grandi di sempre e per la prima volta dal 2009 c’è un leader, il principe Reza Pahlavi, di cui i manifestanti seguono le direttive. La gente non chiede riforme, ma vuole una rivoluzione, un cambio di regime. E le speranze di successo del movimento, nelle prossime settimane, sono molto forti, nonostante la repressione». Saeed Ghasseminejad è un dissidente iraniano che nel 2003, all’età di 20 anni, è stato arrestato durante le proteste anti-regime mentre dirigeva un giornale studentesco.
Condannato a due annidi carcere, è poi fuggito dall’Iran.
Ora è consulente senior, esperto di economia iraniana e sanzioni della Fdd, Fondazione per la Difesa delle Democrazie con base a Washington, dove vive ormai da diversi anni. Ed è convinto che manchi davvero poco per la spallata finale al regime.
Perché questa potrebbe essere la volta buona?
«Perché in un Paese dove esistono sostanzialmente solo due ideologie, l’islamismo e il nazionalismo, c’è oggi un movimento nazionalista rivoluzionario in corso in tutte le 31 province dell’Iran, dai piccoli centri alle grandi città. La gente ha imparato dagli errori del passato, è più preparata. Le proteste hanno il chiaro supporto della comunità internazionale e le minacce del presidente americano Trump stanno avendo un importante effetto di pressione sul regime, che finora ha evitato il bagno di sangue ed è indebolito dalla guerra dei 12 giorni, che ha depotenziato i vertici del potere, sia in termini militari che di establishment».
In passato abbiamo visto però altre proteste finire nel nulla a causa della repressione...
«Stavolta i manifestanti sono in una posizione decisamente più forte. La piattaforma di cooperazione nazionale creata da Pahlavi include anche membri delle forze di sicurezza iraniane. Quindi è normale chiedersi: quanto tempo il regime potrà contare su queste forze?».
La Repubblica islamica minaccia la pena di morte per i manifestanti. È un segno di forza o debolezza?
«È il segno che la paura cresce ai vertici del potere. L’intelligence delle Guardie della Rivoluzione ha minacciato anche le forze di sicurezza, dicendo che, se non risponderanno agli ordini, saranno punite severamente. Anche questo dimostra che sono sempre più a non rispettare le direttive».
Pesa il blackout di Internet e telefoni pesa. È un ostacolo che si può aggirare?
«Intanto anche questo è un segnale dei timori della dittatura. Ma in Iran ci sono più di 100mila persone che ricevono Starlink (il servizio di internet satellitare di SpaceX, proprietà di Elon Musk, ndr). La linea va e viene, il regime sta cercando di identificare i dispositivi, ma dalle grandi città riceviamo ancora video della lotta per la libertà. Anche i network internazionali come Iran International e Manoto stanno avendo un ruolo importante per diffondere le informazioni del principe Pahlavi, che invita a continuare a manifestare e a potenziare la protesta. Il messaggio di massa può ancora raggiungere l’Iran».
Quanto è divisa l’opposizione? Molti iraniani temono il ritorno della monarchia...
«Nessun altro nome, se non quello di Pahlavi, è stato cantato durante le proteste. Lui ha dimostrato di avere il potere di dire alla gente cosa fare.
Ha unito la popolazione. Ci sono certamente dei gruppi che non lo amano, ma questa è la base della democrazia. E lui ha sempre detto di volere una democrazia secolare basata sui diritti umani e l’integrità territoriale dell’Iran. Dopo la caduta del regime, Pahlavi vuole che si indica un referendum su monarchia o repubblica, pronto ad accettare la scelta. Ma se la gente canta il suo nome per le strade, vuol dire che si fida di lui».
È la crisi economica che stavolta può dare la spallata al regime?
«L’inflazione è al 50%, oltre il 60% della popolazione iraniana vive sotto la soglia di povertà. Eppure le esportazioni di petrolio del regime sono vicine all’epoca pre-sanzioni.
Dove vanno quei soldi? Finanziano i proxies, i terroristi della regione: Hezbollah in Libano e Hamas a Gaza. Gli iraniani si sentono umiliati da una politica estera che non approvano».
Quanto pesa il programma nucleare?
«Una larga fetta del denaro in mano al regime viene speso per i piani atomici e per i missili balistici pensati per colpire Israele e l’Europa. Se si considerano le sanzioni e i problemi che ha creato, quel programma è costato all’Iran 1.000 miliardi di dollari. Il regime dice che vuole usare il nucleare a fini civili, per l’elettricità, ma ogni estate gli iraniani restano senza luce.