Nonostante il crescendo di tensioni delle ultime settimane, l'attacco di Trump a Leone XIV ha finito per spiazzare anche le figure più esperte della diplomazia pontificia.
L'intervento più «politico» del Papa sulla guerra in Iran risaliva ad una settimana fa quando aveva invitato a scrivere ai membri del Congresso per invocare la pace. L'imprevedibile presidente americano non aveva replicato e pochi giorni dopo il suo ambasciatore presso la Santa Sede Brian Burch era riuscito a spegnere sul nascere l'incendio relativo ad una presunta minaccia di «cattività avignonese» rivolta dal Pentagono all'ex nunzio a Washington, il cardinal Christophe Pierre. Cosa è successo nel frattempo per convincere il tycoon a spingersi in un'intemerata così clamorosa quando le acque sembravano ormai esser tornate calme? La risposta a questa domanda va rintracciata tra le righe del durissimo post pubblicato su Truth Social. Trump ha contestato a Leone XIV di aver incontrato David Axelrod, l'ex stratega di Obama definito «un perdente della sinistra». L'udienza è avvenuta giovedì scorso ma solamente nei giorni successivi è divenuta oggetto di polemiche sui social ed ha alimentato dietrologie sulla vicinanza con l'ex presidente dem. In realtà, è probabile che sia stata accordata perché Axelrod e sua moglie Susan hanno una figlia che soffre di epilessia grave ricoverata in una struttura dell'arcidiocesi di Chicago. Non a caso i due coniugi hanno portato in dono al Papa due fotografie della ragazza e di altre pazienti con la maglietta della squadra White Sox (tifata da Prevost) e dietro stampato il nome «Pope Leo 14». Ma il passaggio più indicativo sull'origine della rabbia del presidente è quello in cui ha accusato il Papa di parlare di «paura nei confronti dell'amministrazione Trump» subito dopo averlo descritto come «debole sulla criminalità». La paura per le politiche migratorie della Casa Bianca, infatti, era stata tirata in ballo solo pochissime ore prima dell'attacco dai tre cardinali più progressisti d'America: Blase Cupich di Chicago, Robert McElroy di Washington e Joseph Tobin di Newark. In un'intervista congiunta al popolare programma televisivo 60 Minutes su Cbs, i tre prelati hanno cannoneggiato la presidenza Trump condannando come «ingiusta» la guerra in Iran e descrivendo con termini come «paura» e «disumanità» i rimpatri di massa dei migranti. Venti minuti di puntata che, secondo alcuni retroscena, sarebbero stati visionati dal presidente sull'Air Force One, inducendolo ad una reazione. La pretesa di dettare la linea sulla politica americana da parte dei tre cardinali antitrumpiani non sta evidentemente aiutando il dialogo con l'amministrazione e potrebbe aver svolto un ruolo decisivo nell'affondo di Trump. La conferenza episcopale americana, invece, continua a preferire toni più soft come dimostra la nota del presidente Paul S.Coakley che ha condannato le parole del presidente, ricordando come «il Papa non è il suo rivale; né è un politico». La stessa puntualizzazione fatta lo scorso sabato a Il Giornale dal cardinale Leo Burke.
Per ritrovare il precedente di un attacco simile ad un Papa bisogna restare in Italia e rievocare Bettino Craxi nel 1981 che rimproverò al «Papa straniero» di guardare alle vicende italiane con «occhiali polacchi» e lo accusò di «manifesta ingerenza» nel referendum sull'aborto. Più tardi, però, tra il leader del Psi e Wojtya scoppiò una grande sintonia in nome dell'anticomunismo. Potrebbe succedere anche tra Trump e Prevost? Difficile ma si sa che le vie del Signore sono infinite.