La grande strategia degli Usa nel Pacifico sta cambiando forma. Dopo quindici anni di promesse sul “pivot to Asia”, l’idea di una presenza capillare e multidimensionale degli Stati Uniti in tutto il continente asiatico lascia spazio a un approccio più ristretto e difensivo. Il fulcro è la cosiddetta “prima catena di isole”, una linea geografica virtuale che va dal Giappone a Taiwan fino alle Filippine e che, nelle intenzioni di Washington, servirebbe a contenere l’espansione militare cinese in loco. Ebbene, questa barriera naturale di arcipelaghi rappresenta oggi il perimetro minimo entro cui gli Stati Uniti intendono concentrare risorse, alleanze e deterrenza. La nuova Strategia di sicurezza nazionale americana del 2025 ha chiarito la priorità: impedire che Pechino alteri con la forza lo status quo nello Stretto di Taiwan e nel Mar Cinese orientale e meridionale. Tuttavia, questo ripiegamento selettivo implica una riduzione dell’impegno in altre aree dell’Asia continentale e del Sud-est asiatico, dove l’influenza economica e politica cinese cresce quasi incontrastata.
La postura Usa nel Pacifico
Come ha spiegato nel dettaglio un lungo saggio di Foreign Affairs, l’obiettivo statunitense non è più plasmare l’ordine regionale in senso ampio, ma impedire che la Cina lo domini militarmente lungo la sua frontiera marittima più sensibile. In questo quadro, la “catena” diventa una cintura di contenimento che punta a strozzare sul nascere eventuali ambizioni espansionistiche di Pechino verso il Pacifico aperto.
La stessa rivista sostiene che il pivot annunciato nel 2011 dall’allora presidente statunitense Barack Obama sia fallito perché gli Stati Uniti non hanno mai allineato mezzi e obiettivi. L’idea originaria poggiava infatti su tre pilastri: sicurezza, prosperità economica e promozione della buona governance. In pratica, solo il primo ha ricevuto attenzione costante, mentre gli strumenti economici - come il Partenariato Trans-Pacifico - sono stati abbandonati o svuotati.
Il risultato non sarebbe altro che uno scarto crescente tra impegni dichiarati e capacità reali, che mina la credibilità della deterrenza americana. In questo contesto, la soluzione più realistica non sarebbe un rilancio ambizioso della presenza Usa in tutta l’Asia, ormai politicamente e finanziariamente impraticabile, ma un riposizionamento lungo la prima catena di isole. Concentrarsi su Giappone, Taiwan e Filippine consentirebbe infatti a Washington di mantenere un nucleo duro di alleanze capaci di bilanciare la potenza cinese e riducendo al contempo esposizioni eccessive altrove.
Verso una nuova strategia di contenimento?
La nuova mossa Usa coincide con una strategia di contenimento selettivo: meno retorica globale, più focalizzazione geografica. Ma comporta rischi evidenti, perché lascia scoperti partner come Thailandia o India e potrebbe spingere diversi Paesi del Sud-est asiatico a stringere accordi più stretti con Pechino.
Attenzione poi a un altro aspetto: spingersi fino alla “seconda catena di isole”, più a est nel Pacifico, significherebbe di fatto abbandonare Taiwan e le Filippine, con conseguenze potenzialmente destabilizzanti per l’intera regione. Restare sulla prima catena richiede invece investimenti militari ingenti, maggiore integrazione tra alleati e una chiarezza strategica che finora è mancata.
La Cina, dal canto suo, intensifica le esercitazioni attorno a Taiwan, amplia la marina e consolida le proprie posizioni nel Mar Cinese meridionale. Se Washington non rafforza rapidamente la cooperazione con Tokyo e Manila, la linea difensiva rischia di trasformarsi in una barriera fragile.
Inoltre, senza un’offerta economica credibile alternativa a quella cinese, molti governi asiatici potrebbero considerare inevitabile l’ascesa di Pechino come potenza egemone regionale. Last but not least, per funzionare le catene dovrebbero essere accompagnate da una rinnovata strategia industriale, diplomatica e commerciale.