Pegah Moshir Pour sta facendo parlare di sé in tutto il mondo. Con la sua voce, gentile e potente, tiene vivo in Italia il dibattito sui diritti delle donne iraniane. Pegah è nata in Iran nel 1990 e si è trasferita in Italia con la famiglia quando aveva nove anni. È cresciuta tra le storie del Libro dei Re e i versi della Divina Commedia. Ha scritto “La notte sopra Teheran” con Garzanti e “Teheran" per Paesi Edizioni. Dalle sue parole traspare tutta la sua passione per il popolo iraniano, le sue donne, i giovani, e la loro lotta per la libertà e l’emancipazione dal potere crudele e oppressivo del regime teocratico degli ayatollah.
Riesce ancora a parlare con i suoi amici in Iran?
Internamente al Paese, minimizzano il numero dei morti, degli arresti. Il capo della magistratura iraniana ha parlato di 23mila fermi, ma i numeri non combaciano con le testimonianze. Almeno ogni famiglia ha una persona morta nelle manifestazioni. Ormai il massacro non avviene solo nelle grandi città ma anche nei piccoli centri come Abadan, che non hanno lo stesso impatto mediatico di città come Teheran o Isfahan. La gente viene minacciata, invitata a non denunciare la scomparsa o l’arresto dei figli. I dimostranti sono accusati di “moharabeh”, inimicizia con Dio e per questo giustiziati.
Come mai la Rivoluzione del 1979 ha subito questa degenerazione?
Il ’79 è stato un anno cruciale, hanno partecipato alla Rivoluzione i religiosi, la sinistra, i liberali, ma sono stati tutti traditi da Khomeini che si è impossessato del potere. Khomeini aveva una grande credibilità, era un ayatollah, la massima carica spirituale. E ha convinto tutti della teoria della Velayat-e faqih, ovvero la Guida Suprema in assenza dell’imam occultato si sostituisce a lui perché gli uomini sono deboli e politicamente corruttibili. Ma era tutta propaganda. Con Khamenei invece i Pasdaran si sono presi tutto il Paese, sono molto potenti, parecchie aziende sono parastatali, è una macchina stratificata e amplia. Bisogna quindi distruggere l’ideologia, che non è né repubblicana, né islamica, ma è solo corruzione, metodi mafiosi. Ora anche i conservatori sono scesi per strada a manifestare, i bazari si stanno ribellando. Tutto il Paese ha capito, è stata tradita la promessa che gli ultimi saranno i primi, che i martiri come quelli nella guerra Iran-Iraq saranno glorificati. Solo i Paesi internazionali non hanno ancora questa consapevolezza.
Secondo lei il popolo iraniano auspica un intervento americano?
Gli iraniani sono disperati e vogliono un intervento da fuori. Cosa potrebbe pensare un genitore a cui è morto un figlio, a cui non ha potuto neanche fare un funerale? C’è un pluralismo di idee su come condurre l’azione, un intervento militare, un cyber attacco, isolando i partner dell'Iran, Cina, Russia e Qatar, attraverso un lavoro diplomatico? Gli Usa devono mettere alle strette il regime. I riformisti invece non sono più la voce del popolo dal 2009, dai tempi dell’onda verde. Lì il popolo pensava di trasformare il Paese attraverso il voto ma non fu così. I riformisti non contano nulla, anzi sono malvisti perché hanno mangiato nello stesso piatto del regime e hanno mandato i figli a studiare nelle migliori università americane, personaggi come Zarif o Larijani. Sono identici agli esponenti del regime, se non peggio.
Gli iraniani vorrebbero il ritorno del figlio dell’ultimo scià Reza Pahlavi?
Ogni 3 o 4 anni in Iran c’è una rivolta. Quella del 2022 “Donna, Vita, Libertà” è stata accusata dall’occidente di non proporre un’opposizione con cui parlare. A Evin ci sono intellettuali, politologi, attivisti, il premio Nobel Narges Mohammadi. Ma fuori ci sono le diaspore. Pahlavi può essere un rappresentante temporaneo che guidi la transizione. Dentro l’Iran è stato fatto il suo nome, al suo fianco dovrebbero esserci altre persone che con il tempo si costruirà, che rappresentino altri pezzi della società. Il 14 febbraio è stato il Global day action, migliaia di persone hanno manifestato a Monaco, Los Angeles, Berlino, New York, ma non tutti erano per la monarchia, l’obiettivo era dare al mondo un interlocutore.
In caso di caduta del regime l’opposizione interna è pronta a prendere le redini del governo?
La popolazione iraniana è giovane, sotto i 35 anni, e sanno cosa non vogliono, cioè la Repubblica islamica. Vogliono invece partecipare, hanno podcast, newsletter, molti dentro le università sono stati arrestati. La società è prontissima a mettere in pratica ciò che ha studiato. Il Consiglio dei guardiani, un organo di 12 anziani religiosi ed esperti di diritto, decide chi si può candidare alle elezioni. Ma la libertà è anche partecipare. Il regime uccide perché non ha altri strumenti. Durante la guerra Iran-Iraq il macellaio Raisi ha fatto uccidere 30mila oppositori. Da gennaio in Iran ci sono state 417 impiccagioni.
Lei è un’attivista per i diritti delle donne iraniane. Che cosa si sente di dire alle sua amiche, sorelle, compagne in questo momento che stanno mettendo a repentaglio la loro vita per la libertà?
Non c’è altra soluzione se non quella di lottare con tutte le forze. Durante la rivoluzione “Donna, Vita, Libertà” uomini e donne hanno manifestato insieme. E’ importante capire che dobbiamo unirci. La battaglia non è solo degli altri, ma è anche la nostra. Bisogna avere coraggio e fiducia delle altre persone. L’8 e il 9 gennaio c’era chi indossava il velo e chi no, chi era per la monarchia, chi per la repubblica, gli anarchici. L’importante è stare insieme. A un certo punto durante una protesta c’è stata una pioggia di pallottole sparate dall’alto. Tutti si sono presi per mano, per correre e salvarsi insieme.
Cosa significa per una bambina nascere in Iran in questi tempi?
Come donna cresci e ti vuoi emancipare prima, lo studio è un mezzo per la libertà, un valore che spesso diamo per scontato. Ho grande ammirazione per le donne iraniane, e loro hanno molta responsabilità. Ma quale genitore vorrebbe seppellire il proprio figlio, solo perché ha voluto partecipare a una manifestazione?
Tornando alla repressione, il padre di Sepehr Shokri, un ragazzo ucciso durante il massacro dell’8 e 9 gennaio, alla cerimonia commemorativa del 40° giorno per suo figlio dice: “Grazie per essere venuti al matrimonio di Sepehr, ricordate questo: non parlate di morte, parlate solo di vita e gioia”. Ci può esplicitare meglio il messaggio?
Percepire i propri figli per quello che sono, la grande bellezza. Mettono in gioco il loro futuro e i genitori hanno dovuto pagare per avere i loro corpi. Non hanno potuto né celebrarli, né seppellirli dove volevano. E poi: la lotta non finisce con la morte, bisogna sorridere e disobbedire, perché è tutto quello che il regime non vuole.
Riesce ancora a parlare con i suoi amici in Iran?
Internamente al Paese, minimizzano il numero dei morti, degli arresti. Il capo della magistratura iraniana ha parlato di 23mila fermi, ma i numeri non combaciano con le testimonianze. Almeno ogni famiglia ha una persona morta nelle manifestazioni. Ormai il massacro non avviene solo nelle grandi città ma anche nei piccoli centri come Abadan, che non hanno lo stesso impatto mediatico di città come Teheran o Isfahan. La gente viene minacciata, invitata a non denunciare la scomparsa o l’arresto dei figli. I dimostranti sono accusati di “moharabeh”, inimicizia con Dio e per questo giustiziati.
Come mai la Rivoluzione del 1979 ha subito questa degenerazione?
Il ’79 è stato un anno cruciale, hanno partecipato alla Rivoluzione i religiosi, la sinistra, i liberali, ma sono stati tutti traditi da Khomeini che si è impossessato del potere. Khomeini aveva una grande credibilità, era un ayatollah, la massima carica spirituale. E ha convinto tutti della teoria della Velayat-e faqih, ovvero la Guida Suprema in assenza dell’imam occultato si sostituisce a lui perché gli uomini sono deboli e politicamente corruttibili. Ma era tutta propaganda. Con Khamenei invece i Pasdaran si sono presi tutto il Paese, sono molto potenti, parecchie aziende sono parastatali, è una macchina stratificata e amplia. Bisogna quindi distruggere l’ideologia, che non è né repubblicana, né islamica, ma è solo corruzione, metodi mafiosi. Ora anche i conservatori sono scesi per strada a manifestare, i bazari si stanno ribellando. Tutto il Paese ha capito, è stata tradita la promessa che gli ultimi saranno i primi, che i martiri come quelli nella guerra Iran-Iraq saranno glorificati. Solo i Paesi internazionali non hanno ancora questa consapevolezza.
Secondo lei il popolo iraniano auspica un intervento americano?
Gli iraniani sono disperati e vogliono un intervento da fuori. Cosa potrebbe pensare un genitore a cui è morto un figlio, a cui non ha potuto neanche fare un funerale? C’è un pluralismo di idee su come condurre l’azione, un intervento militare, un cyber attacco, isolando i partner dell'Iran, Cina, Russia e Qatar, attraverso un lavoro diplomatico? Gli Usa devono mettere alle strette il regime. I riformisti invece non sono più la voce del popolo dal 2009, dai tempi dell’onda verde. Lì il popolo pensava di trasformare il Paese attraverso il voto ma non fu così. I riformisti non contano nulla, anzi sono malvisti perché hanno mangiato nello stesso piatto del regime e hanno mandato i figli a studiare nelle migliori università americane, personaggi come Zarif o Larijani. Sono identici agli esponenti del regime, se non peggio.
Gli iraniani vorrebbero il ritorno del figlio dell’ultimo scià Reza Pahlavi?
Ogni 3 o 4 anni in Iran c’è una rivolta. Quella del 2022 “Donna, Vita, Libertà” è stata accusata dall’occidente di non proporre un’opposizione con cui parlare. A Evin ci sono intellettuali, politologi, attivisti, il premio Nobel Narges Mohammadi. Ma fuori ci sono le diaspore. Pahlavi può essere un rappresentante temporaneo che guidi la transizione. Dentro l’Iran è stato fatto il suo nome, al suo fianco dovrebbero esserci altre persone che con il tempo si costruirà, che rappresentino altri pezzi della società. Il 14 febbraio è stato il Global day action, migliaia di persone hanno manifestato a Monaco, Los Angeles, Berlino, New York, ma non tutti erano per la monarchia, l’obiettivo era dare al mondo un interlocutore.
In caso di caduta del regime l’opposizione interna è pronta a prendere le redini del governo?
La popolazione iraniana è giovane, sotto i 35 anni, e sanno cosa non vogliono, cioè la Repubblica islamica. Vogliono invece partecipare, hanno podcast, newsletter, molti dentro le università sono stati arrestati. La società è prontissima a mettere in pratica ciò che ha studiato. Il Consiglio dei guardiani, un organo di 12 anziani religiosi ed esperti di diritto, decide chi si può candidare alle elezioni. Ma la libertà è anche partecipare. Il regime uccide perché non ha altri strumenti. Durante la guerra Iran-Iraq il macellaio Raisi ha fatto uccidere 30mila oppositori. Da gennaio in Iran ci sono state 417 impiccagioni.
Lei è un’attivista per i diritti delle donne iraniane. Che cosa si sente di dire alle sua amiche, sorelle, compagne in questo momento che stanno mettendo a repentaglio la loro vita per la libertà?
Non c’è altra soluzione se non quella di lottare con tutte le forze. Durante la rivoluzione “Donna, Vita, Libertà” uomini e donne hanno manifestato insieme. E’ importante capire che dobbiamo unirci. La battaglia non è solo degli altri, ma è anche la nostra. Bisogna avere coraggio e fiducia delle altre persone. L’8 e il 9 gennaio c’era chi indossava il velo e chi no, chi era per la monarchia, chi per la repubblica, gli anarchici. L’importante è stare insieme. A un certo punto durante una protesta c’è stata una pioggia di pallottole sparate dall’alto. Tutti si sono presi per mano, per correre e salvarsi insieme.
Cosa significa per una bambina nascere in Iran in questi tempi?
Come donna cresci e ti vuoi emancipare prima, lo studio è un mezzo per la libertà, un valore che spesso diamo per scontato. Ho grande ammirazione per le donne iraniane, e loro hanno molta responsabilità. Ma quale genitore vorrebbe seppellire il proprio figlio, solo perché ha voluto partecipare a una manifestazione?
Tornando alla repressione, il padre di Sepehr Shokri, un ragazzo ucciso durante il massacro dell’8 e 9 gennaio, alla cerimonia commemorativa del 40° giorno per suo figlio dice: “Grazie per essere venuti al matrimonio di Sepehr, ricordate questo: non parlate di morte, parlate solo di vita e gioia”. Ci può esplicitare meglio il messaggio?
Percepire i propri figli per quello che sono, la grande bellezza. Mettono in gioco il loro futuro e i genitori hanno dovuto pagare per avere i loro corpi. Non hanno potuto né celebrarli, né seppellirli dove volevano. E poi: la lotta non finisce con la morte, bisogna sorridere e disobbedire, perché è tutto quello che il regime non vuole.
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