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I presidenti che ispirano Donald Trump e cosa ci dicono sulle prossime mosse del tycoon

I profili dei predecessori amati dal presidente americano potrebbero aiutare a decifrare l'agenda del secondo mandato del tycoon

I presidenti che ispirano Donald Trump e cosa ci dicono sulle prossime mosse del tycoon

Nei giorni in cui la politica estera muscolare di Donald Trump sembra raggiungere il suo punto massimo, almeno sino ad ora, tra gli esperti di storia degli Stati Uniti si riapre il dibattito su quale sia l'età dell'oro americana che l'attuale inquilino della Casa Bianca ha davvero in mente, e, di conseguenza, a quali tra i suoi predecessori il tycoon si sta ispirando. La discussione, solo in apparenza accademica ma con grandi risvolti concreti (ad esempio nell'anticipazione delle mosse di un leader mai così imprevedibile), è approdata sul Washington Post, il quale, partendo dallo slogan del movimento che ha portato alla vittoria il miliardario (Make America Great Again) si interroga su quando, per il businessman, l'America sia stata realmente grande.

Chiara la risposta fornita nel corso della sua prima campagna elettorale nel 2016 dall'allora candidato Trump: all'inizio del Novecento, durante l'espansione militare ed industriale, e, di nuovo, in concomitanza con la Seconda Guerra Mondiale. Gli eventi delle ultime ore, sostengono i giornalisti del quotidiano di proprietà di Jeff Bezos, mostrerebbero però come The Donald stia aggiornando, con i fatti, la sua precedente risposta retrodatando l'età d'oro degli States al periodo, lungo tutto l'Ottocento, caratterizzato dall'espansionismo americano.

In particolare sarebbero tre i predecessori particolarmente apprezzati dal commander in chief. Si tratta di James Monroe, Andrew Jackson e William McKinley. Tutti leader i cui mandati sono stati segnati dall'espansione del Paese sia in termini di dimensioni che di prestigio. Il primo della lista, il quinto presidente statunitense che ha governato dal 1817 al 1825, ha dato il nome alla dottrina di non ingerenza negli affari dell'emisfero occidentale enunciata nel 1823. È lui, in questi giorni, il più citato dal leader Usa, galvanizzato dal successo dell'operazione della Delta Force che ha portato alla cattura del dittatore venezuelano Nicolás Maduro. Mentre ancora il caudillo veniva trasferito a New York in vista del processo, Trump già evocava nuovi interventi di Washington in Messico, Colombia (scongiurata, per ora, dopo una telefonata con l'omologo Gustavo Petro) e, soprattutto, in Groenlandia con possibili sconfinamenti in un'altra terra ben più lontana: l'Iran.

"La Dottrina Monroe è viva e vegeta e la leadership americana sta tornando a ruggire più forte che mai", si legge in una dichiarazione pubblicata il 2 dicembre scorso sul sito della Casa Bianca in occasione dell'anniversario della teoria in questione. Nello stesso comunicato si precisa che essa è stata "ribadita con orgoglio" dal "Corollario Trump", la quale è stata ormai ribattezzata, tra attacchi ai barchini sospettati di trasportare droga, politiche aggressive nei confronti dell'immigrazione illegale e minacce di azioni militari nei confronti dei leader sudamericani (o della Danimarca nel caso della Groenlandia), come la "Dottrina Donroe".

"Con la nostra nuova Strategia per la sicurezza nazionale il dominio americano nell'emisfero occidentale non sarà mai più messo in discussione", ha tuonato Trump subito dopo l'operazione Absolute Resolve andata in scena a Caracas. Curiosamente, in un gioco di corsi e ricorsi storici, la dottrina Monroe può già contare su un altro precedente "aggiornamento" - il "Corollario Roosevelt" - espresso all'indomani della crisi venezuelana dei primi anni del Novecento quando il Paese si rifiutò di pagare i propri debiti esteri.

Il secondo presidente (il settimo se consideriamo la successione presidenziale) entrato nel personalissimo Pantheon del capo della Casa Bianca è Andrew Jackson, che ha ricoperto il suo incarico dal 1829 al 1837. È a tale figura, nota per la sua espansione aggressiva verso i territori dell'ovest e per il violento trasferimento delle popolazioni dei nativi americani, che Trump ha guardato sin dal suo primo mandato. Durante la sua visita alla tenuta di Jackson in Tennessee nel 2017, la prima dai tempi di Ronald Reagan, The Donald ha reso omaggio al "presidente del popolo", affermando di condividerne la sua visione populista. Il Washington Post ricorda che un grande ritratto di Jackson è appeso attualmente accanto alla scrivania di Trump, vicino ad un ritratto di Monroe.

L'ultimo della triade di presidenti amati dal tycoon è McKinley, in carica dal 1897 al 1901, famoso per la guerra ispano-americana, che si concluse a favore degli Stati Uniti con il controllo di Porto Rico, Guam e Filippine, e per l'annessione delle Hawaii. Il primo giorno del secondo mandato, Trump ha firmato un ordine esecutivo per rinominare Monte McKinley la vetta più alta dell'Alaska. Durante il discorso inaugurale pronunciato un anno fa, l'attuale capo della Casa Bianca ha affermato che "il presidente McKinley ha reso il nostro Paese molto ricco attraverso i dazi e il talento. Era un uomo d'affari nato". Una descrizione che suona quasi come l'epitaffio con il quale il miliardario punta, un giorno, ad essere ricordato dai posteri.

Prima di allora, sulla sua strada lo aspetta la Groenlandia, l'Ucraina e forse l'Iran (sempre che la gestione della transizione in Venezuela non si riveli una polpetta avvelenata). Con buona pace di chi tra i suoi connazionali lo aveva eletto più per mettere ordine in casa che all'estero.

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