Scommessa elettorale vincente per la premier giapponese Sanae Takaichi che, dopo aver sciolto la Camera bassa ad appena tre mesi dal suo arrivo al potere, sarebbe vicina, secondo gli exit poll, ad un consolidamento della forza parlamentare del suo partito, il Partito Liberal-democratico (Ldp) e della sua coalizione di governo.
Un mandato pieno per Takaichi
Secondo i dati resi noti dal canale pubblico Nhk, l’Ldp dovrebbe ottenere oltre 300 seggi nella camera composta da 465 membri, un balzo netto rispetto ai 198 detenuti in precedenza dal partito guidato da Takaichi. Numeri che potrebbero fare la differenza. Infatti, se l’Ldp e la sua coalizione (ma potrebbe farcela da solo) dovessero superare la soglia dei due terzi, cioè 310 seggi, potrebbero aggirare l’ostruzionismo del Senato, dove invece non hanno la maggioranza, potendo così approvare misure fondamentali per la premier 64enne che, tra l’intesa con Donald Trump e l’entusiasmo suscitato tra gli elettori più giovani, si è già guadagnata l’appellativo di Margaret Thatcher giapponese.
Mentre i dati continuano ad affluire, è possibile stimare che una parte del successo di Takaichi è merito degli elettori più giovani, tradizionalmente restii a recarsi al voto anche per lo scarso appeal, sin qui, dell’Ldp che ha governato per la quasi totalità degli ultimi 60 anni. Secondo un sondaggio effettuato a gennaio, l’84% dei ventenni e il 78% dei trentenni consultati si sono espressi a favore della premier rispetto, nel complesso, al 67% dei partecipanti alla rilevazione statistica. Le votazioni di oggi si sono svolte mentre un’ondata di gelo ha travolto il Paese e la leader giapponese nel suo primo messaggio dopo la pubblicazione degli exit poll ha voluto ringraziare gli elettori che “hanno sfidato il freddo e camminato per le strade innevate per andare a votare”.
Qualunque sia il dato definitivo delle elezioni per la Camera bassa, quel che è certo è che Takaichi ha ricevuto un mandato pieno per realizzare il suo programma basato sul contenimento dell’inflazione, sull’espansione della spesa pubblica e sul taglio delle tasse. Il suo successo in casa dipenderà però in misura considerevole da come gestirà la politica estera, dal rapporto con Trump – il presidente Usa ha dichiarato il suo endorsement per la premier poche ore prima dell’apertura dei seggi – a quello con la Cina di Xi Jinping.
“Un pericolo senza precedenti”
Proprio il dossier cinese è il più delicato per Takaichi che, a novembre, ha abbandonato la lunga tradizione di ambiguità del Giappone nei confronti di Taiwan affermando in parlamento che un attacco di Pechino contro l’isola potrebbe provocare una reazione militare da parte di Tokyo. Parole che hanno portato le autorità cinesi a rispondere con toni molto forti – il console di Pechino a Osaka ha minacciato di “tagliare senza esitazione” la testa della premier giapponese – e, tra le varie misure, a cancellare numerosi voli tra i due Paesi.
La presa di posizione di Takaichi non è stata casuale. Il partito da lei guidato è tra i sostenitori più accesi della militarizzazione del Giappone e anche il suo compagno di coalizione, il Partito dell’Innovazione (Ishin), ha aperto un dibattito sulla possibilità di condividere le armi nucleari con gli Stati Uniti. Iniziativa, quest’ultima, che ha fatto discutere ed è segno dell’aria che tira in Estremo Oriente a causa della crescente assertività cinese nella regione.
La minaccia nordcoreana, sino a poco tempo fa considerata prevalente, sembra quasi impallidire rispetto a quella rappresentata dal Paese del dragone. “Il livello di pericolo è senza precedenti”, dichiara Satoru Nakamura, a capo di un think tank della difesa al Daily Telegraph. “Dieci anni fa”, prosegue l’esperto , “c’erano scontri tra navi cinesi e navi della guardia costiera giapponese, ma oggi la situazione è significativamente più estrema”.
Se c’è un angolo di Giappone in cui risuonano con più forza le parole di Nakamura (e di Takaichi), quello è sicuramente Kumamoto, nell’estremo ovest del Paese, dove ha sede Campo Kengun, una base militare che, riporta ancora il Daily Telegraph, sta rapidamente diventando un centro nevralgico per i preparativi di una possibile guerra regionale. Presto parte dell’attività dell’installazione verrà spostata sotto terra per consentire ad essa di continuare a funzionare in caso di attacco.
I dettagli dell’operazione in corso a Kumamoto sono top secret ma si sa che per l’”interramento” sono stati stanziati per il 2026 oltre 33 miliardi di yen (180 milioni di euro circa). Camp Kengun è di fatto il quartier generale per le forze occidentali giapponesi che vigilano su una lunga catena di isole meridionali del Paese e che arrivano a poche decine di miglia da Taiwan. Qui sono collocati alcuni dei sistemi d’arma più avanzati del Giappone e altri ancora sono stati trasferiti in tale base nelle ultime settimane. A breve l’installazione militare dovrebbe ospitare anche il missile antinave Type 12 a lungo raggio Tipo 12, con una gittata di circa 1000 chilometri, in grado cioè di raggiungere la Cina. Un altro fronte caldo si trova a Yonaguni, l’isola più occidentale del Giappone, situata a poche decine di chilometri dalla costa di Taiwan. Anche qui sorge una base militare, già ampliata dal governo giapponese, che potrebbe essere colpita dai cinesi.
Tokyo non teme solo le iniziative di Pechino contro Taiwan, che, a prescindere da ogni considerazione, rischierebbero in ogni caso di allargarsi al Giappone, se non altro per la presenza di decine di migliaia di soldati americani sul suo territorio. Le autorità giapponesi sono infatti preoccupate anche per una possibile invasione cinse delle isole Senkaku, amministrate da Tokyo ma rivendicate da Pechino.
Gli addetti ai lavori prevedono dunque che il risultato emerso oggi dalle urne permetterà a Takaichi di premere
sull’acceleratore per realizzare il suo piano di aumento delle spese per la difesa. Il 2027, l’anno che la Cia prevede sia l’ora X per un’invasione cinese di Taiwan, incombe sul calendario della Thatcher giapponese.