Venezuela, Iran, Cuba. Questo il programma della politica estera muscolare di Donald Trump, attuato o in cantiere, a meno di un anno e due mesi dal suo ritorno a Washington. Secondo gli osservatori, l’estrazione da Caracas del dittatore venezuelano Nicolás Maduro, ha incoraggiato il tycoon a tentare una mossa ancora più audace e senza precedenti contro il regime iraniano. Se la prima tessera del domino dell’agenda del capo della Casa Bianca sembra essere caduta senza provocare grandi sconvolgimenti - inaugurando la stagione del regime change “alla Delcy”, la pragmatica vice di Maduro alla guida del Venezuela col benestare del leader statunitense - la seconda, ancora in bilico, rischia di impantanare ancora una volta l’America in Medio Oriente.
Nonostante le tante incognite connesse all’operazione Epic Fury in Iran e mentre l’amministrazione repubblicana cerca di escogitare un contropiano per liberare lo Stretto di Hormuz, Trump già pensa al suo prossimo obiettivo. “Credo che avrò l’onore di prendere Cuba”, ha detto lunedì il commander in chief rispondendo ai giornalisti. “Che la liberi o la prenda, penso di poterci fare tutto quello che voglio. È una nazione molto indebolita”, ha aggiunto The Donald. Poche ore prima il presidente Usa, a bordo dell’Air Force One, aveva dichiarato che il suo governo “sta parlando con Cuba, ma ci occuperemo prima dell’Iran e poi di Cuba”.
Il prolungarsi delle operazioni militari contro i pasdaran e le conseguenze globali derivanti dal blocco della navigazione nello Stretto non interrompono, almeno sino ad ora, la programmazione delle prossime iniziative internazionali di Trump. Secondo il New York Times, funzionari Usa e cubani stanno negoziando sul futuro dell’isola caraibica. Washington starebbe in particolare cercando di estromettere dal potere il presidente Miguel Díaz-Canel. Una mossa, sottolinea il quotidiano, che eliminerebbe una figura chiave mantenendo al contempo in carica il regime comunista.
Stando alle fonti consultate dal New York Times, gli americani avrebbero dunque fatto capire ai negoziatori cubani che il loro presidente deve dimettersi, ma lasciano alle autorità dell’isola la decisione sui prossimi passi. Oltre a Díaz-Canel, gli Usa avrebbero chiesto la rimozione di alcuni funzionari più anziani che rimangono fedeli agli ideali della rivoluzione castrista. Gli Stati Uniti non sarebbero invece intenzionati ad intraprendere alcuna azione contro i membri della famiglia Castro, i veri detentori del potere all’Avana.
Come in Venezuela, anche a Cuba Trump starebbe quindi puntando ad imporre l’obbedienza del regime piuttosto che un cambio vero e proprio del sistema al potere. Secondo alcuni funzionari dell’amministrazione repubblicana, la rimozione di Díaz-Canel, comunque non presentata come un ultimatum, permetterebbe “cambiamenti economici strutturali” che l’attuale presidente, considerato un intransigente, difficilmente appoggerebbe. I colloqui in corso sarebbero incentrati sull’apertura graduale dell’economia cubana agli imprenditori e alle aziende americane “ponendo le basi per la creazione di uno Stato cliente”. Il tutto mentre Washington esercita da gennaio pressioni sull’Avana bloccando le importazioni di petrolio nel Paese, aggravando così i problemi economici e i blackout sull’isola.
Se il piano americano dovesse andare in porto (ma le incognite anche qui non mancano), Trump potrebbe ottenere, e vantare, una nuova vittoria simbolica nel cortile di casa degli Stati Uniti. Un risultato che però potrebbe scontentare gli esuli cubani in America che auspicano da sempre un cambiamento politico più radicale. Pur nel migliore degli scenari, bisognerà poi tenere conto del fatto che la politica estera del tycoon rischia, come lo è già dal 28 febbraio, di essere monopolizzata dagli sviluppi degli eventi in Iran.
E persino un cambio di regime “light” a Cuba, un evento di per sé dalla portata gigantesca, potrebbe presto essere fagocitato dalle notizie che arriveranno dal Medio Oriente, come già accaduto nel caso del Venezuela.