Alberto Trentini torna, e trova l'osceno spettacolo di un pezzo di sinistra che parteggia per il suo carceriere, Nicolas Maduro.
La realtà supera la fantasia nel fronte antagonista. Partiti che convocano sit-in al grido di «Giù le mani dal Venezuela!», professori che insultano chi inneggia alla libertà, militanti che pretendono di spiegare il Venezuela ai venezuelani, mentre il segretario della Cgil Maurizio Landini parla del dittatore di Caracas come di un «presidente eletto dal popolo».
Dal Sudamerica al Medio Oriente sono giorni cruciali, che eccitano antichi riflessi anti-occidentali, a cui i progressisti di casa nostra (e non solo) non riescono a sottrarsi. Non ringraziano il governo italiano, accusano Trump come sempre, negano l'evidenza di una svolta venezuelana, non parlano di Iran o lo fanno a fatica. Giuseppe Conte coi suoi riempe il centrodestra di improperi («Meloni dona il sangue a Trump») ma almeno concede che, su Trentini, «il governo ha lavorato quindi anche c'è anche il governo» tra quelli da ringraziare. Intanto, la presunta «mente» del Pd, Goffredo Bettini, sposta il partito direttamente fuori dal socialismo europeo.
Illusioni e rimozioni coltivate per decenni (l'imperialismo, il colonialismo, il terzomondismo) fanno riesplodere l'eterno corto circuito di una sinistra che nei proclami afferma la «liberazione» dei popoli, e nei fatti li condanna a una tragica oppressione. Tra cattivi maestri, pessime alleanze e piazze oltranziste, il Campo largo sembra fuori dal mondo. La malcelata simpatia degli antagonisti per Maduro, infatti, non è che una delle vergogne del nostro fronte progressista; vergogna coperte dalla foglia di fico di qualche improvvisata dichiarazione.
Annusata l'aria che tira a Teheran, il Pd ha fatto partire un'ondata di post in serie, tesi ad accreditare l'idea di un partito che è «sempre stato» con le proteste. «Siamo da sempre e mai come oggi al fianco dei movimenti democratici che manifestano da giorni in Iran» ha scritto la segretaria Elly Schlein. Ma la risposta degli iraniani è piuttosto eloquente: «Ti sei svegliata? - ha chiesto una delle leader degli iraniani in Italia, Rayhane Tabrizi - Sei davvero una ipocrita. Dopo 3 anni e dopo 14 giorni di massacri ti è venuto in mente di scrivere una righetta? Vergognoso». E Ashkan Rostami: «Per sostenere davvero il popolo iraniano non bastano le parole. O tagliarsi una ciocca di capelli davanti a una telecamera. Meno gesti simbolici, più coraggio politico. Meno narrativa dall'alto, più spazio a chi rischia la vita». D'altra parte, l'entusiasmo per Khomeini nel 1979 e tutta una serie di circostanze successive autorizzano a pensare che la sinistra, in realtà, sia sempre stata dalla parte opposta alla libertà.
Ora, la dura reazione di Israele dopo il 7 ottobre si prestava a essere distorta e presentata come imperialismo muscolare. Sull'Iran, i campioni della «Palestina globale» e dell'antisionismo non sanno che pesci pigliare. Dopo giorni di silenzi, la «sacerdotessa» pro Pal Francesca Albanese incalzata, ha tentato di spiegare il suo fragoroso silenzio. «Sono la relatrice Onu sul territorio palestinese occupato. Mi dedico con rigore al mandato Onu conferitomi». «Con rigore». Con quale credibilità è del tutto evidente, visto che per mesi ha esortato a «unire le lotte», in perfetto stile woke, mentre ora si rifugia nel mandato e nel profilo tecnico, sempre utile a sottrarsi alle implicazioni degli scontri politici che le stessa suscita (peraltro ha condannato gli Usa su Maduro). Rula Jebreal continua a parlare di Gaza e a ignorare Teheran. «A Trump - sentenzia - non interessa la libertà del popolo iraniano, che merita dignità/libertà e protezione». L'ineffabile Alessandro Di Battista dà le patenti per parlare di Iran.
E si arriva al punto che le lezioni di realismo e moderazione arrivano da Ilaria Salis: «Purtroppo, molti a sinistra risultano affetti dalla malattia del campismo e faticano persino a solidarizzare con gli insorti. Io sto senza se e senza ma con la rivolta iraniana».