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La premier cauta. I timori dei Patrioti. E il Ppe che vira sempre più a destra

"Valuteremo alla prova dei fatti". Dubbi su Kiev, convergenze su migranti e green

La premier cauta. I timori dei Patrioti. E il Ppe che vira sempre più a destra
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da Roma

Nel day after della schiacciante vittoria di Péter Magyar e della fragorosa sconfitta di un Viktor Orbán che per 16 anni ha governato l'Ungheria, non solo l'Europa ma anche l'Italia si interrogano su come davvero si svilupperà nei mesi a venire l'interlocuzione con quello che è sì un esponente del Ppe - i sette eurodeputati di Tisza, compreso lo stesso Magyar, sono iscritti al gruppo dei Popolari - ma decisamente «anomalo». Quasi tutte le cancellerie europee - fatta salva la Slovacchia - vedono infatti con grande favore l'uscita di scena di un Orbán che negli ultimi anni ha paralizzato pregiudizialmente l'Ue facendo il gioco di Vladimir Putin, ma con la consapevolezza che Magyar viene da quella stessa storia politica (ha militato per ventidue anni nel Fidesz, arrivando a essere il braccio destro del premier uscente), con posizioni decisamente di destra su molti dossier, a partire da quello migratorio e dal green deal. E, in questo senso, le elezioni in Ungheria certificano un fenomeno non nuovo in Europa e già ben chiaro dallo scorso anno, quando a febbraio la Cdu-Csu ha vinto le elezioni federali in Germania. Un successo arrivato dopo che nel 2022 l'attuale cancelliere Friedrich Merz scelse di spostare decisamente a destra la linea centrista dell'era Merkel, focalizzandosi su sicurezza, immigrazione e un approccio economico più liberale, così da recuperare i voti in uscita verso Afd. Qualcosa di simile, anche se in un quadro politico ben diverso, ha fatto Magyar. Che si è proposto come alternativa a Orbán pur tenendo su molte questioni posizioni quasi identiche.

Una vittoria che qualche ricaduta, ma sotto aspetti diversi, ce l'ha anche in Italia. Proprio ieri, Magyar ha teso la mano al governo italiano. «Non ho ancora parlato con Giorgia Meloni - ha detto - ma sarò più che felice di farlo. E parlerò anche con Antonio Tajani». E ancora: «Vorrei incontrare Meloni di persona, ha ottenuto grandi risultati partendo da condizioni difficili, sta facendo un ottimo lavoro ed è riuscita a ristabilire la stabilità». E anche se la premier ha buoni rapporti personali con Orbán, aggiunge, «non significa che non potremo avere altrettanto un buon rapporto».

A Palazzo Chigi, invece, l'approccio è un po' più prudenziale. Ma non tanto per la mancata vittoria di Orbán, come lasciano intendere molti nell'opposizione. Con il premier uscente Meloni ha sempre avuto una buona intesa personale, è vero. E, anzi, in diverse occasioni il fatto di essere un interlocutore privilegiato del premier ungherese le ha dato grande centralità a Bruxelles (più volte Ursula von der Leyen le ha chiesto di farsi mediatrice degli interessi Ue con Budapest). Ma il vero scenario che Meloni non auspicava era quello della vittoria risicata, a favore dell'uno o dell'altro. Con conseguente polemica su possibili brogli e con l'Ue a schierarsi chi con Orbán chi con Magyar.

La premier, insomma, aspetta «la prova dei fatti». A partire dall'Ucraina, perché - spiega il capo-delegazione di Fdi a Bruxelles Carlo Fidanza - Magyar e il Tisza sul punto «si sono nascosti», tanto da «ricevere una ramanzina via lettera dal Ppe per non aver votato il famoso prestito da 90 miliardi». Senza considerare che la rottura di Magyar con Fidesz - con la pubblicazione di intercettazioni con la sua ex moglie Judit Varga, allora ministro della Giustizia - portò alle dimissioni della presidente dell'Ungheria Katalin Novák, con cui Meloni ha sempre avuto un'ottima intesa.

Diverso il discorso per Matteo Salvini, visto che inevitabilmente la batosta incassata da Orbán ne compromette la leadership dentro i Patrioti, il gruppo al Parlamento Ue in cui milita la Lega e che è trainato numericamente dai francesi del Rassemblement National ma politicamente ed economicamente da Fidesz.

Il reticolo delle sue fondazioni, foraggiate dal governo ungherese, ha contribuito non poco al lancio dei Patrioti. Con grande disponibilità di fondi. Basti pensare che l'Ungheria è l'unico Paese europeo che dal 2022 al 2026 ha organizzato in franchising il Cpac.

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