Che succederà mai sull'Atlantico? La tempesta perfetta? Quella che vede la sinistra in sindrome di Stoccolma applaudire la vittoria della destra di Magyar in Ungheria e poi difendere la premier Meloni che dice «no» a Trump. Dopo averci detto che eravamo una nazione di capre al pascolo americano. Ma, conoscendo gli andirivieni di Trump, sarà proprio così semplice? Non sarà che le critiche di Donald sono scintille di un dibattito che, pur affascinando, naufraga negli stessi luoghi comuni dei dazi e della Groenlandia? Una tattica, fra le tattiche, che questa volta spiazza perfino i presunti trumpologi. Perché se c'è qualcuno a cui è rivolto il messaggio di Trump, quelli non siamo noi. Sappiamo bene tutti - Papa, premier e sinistra - che si parla a nuora perché suocera intenda. E che la voglia di un Papa più americano e la critica a una premier più amica, trovano la solidarietà improvvisa di quel centrosinistra che governa l'Europa e contro cui Trump avrebbe il diritto di pronunciare esattamente quelle parole. Da Ursula von der Leyen ai socialisti, fino ai verdi, colpevoli di aver favorito politiche migratorie sconsiderate, di avere reso il continente dipendente da Stati non democratici sugli approvvigionamenti e di non aver combattuto, ma anzi ammiccato al terrorismo islamista del quale l'Iran è la cupola mondiale con il progetto della bomba atomica.
Ha fatto bene Meloni a fare il premier dell'Italia e a rispondere con un «trumpismo» all'italiana, portatore cioè dei nostri veri interessi e del coraggio che il nostro governo dimostra nel dire di «no» tanto all'Europa antagonista, quanto all'America alleata.