Ai rifugiati i fondi per i Paesi poveri

Una quota crescente di aiuti resta in Italia: 980 milioni assorbiti dall'accoglienza

Ai rifugiati i fondi per i Paesi poveri

Milano - Si scrive «cooperazione allo sviluppo», ed è il capitolo finanziario con cui anche il nostro Paese contribuisce al progresso degli Stati più poveri del mondo, con il nobile intento di migliorarne le condizioni di vita e indirettamente, di frenare il flussi migratori attraverso il Mediterraneo. Ma si legge «spesa per l'accoglienza e gestione dei rifugiati». In Italia. Perché di fatto i soldi che nelle intenzioni del governo - confermate nelle linee guida del Migration compact, il documento presentato da Renzi all'Ue come svolta nelle politiche comunitarie di gestione dell' immigrazione - dovrebbero servire per incrementare infrastrutture, pace e sviluppo delle aree più difficili del globo, in una quota sempre più crescente anziché raggiungere i territori non escono dai confini nazionali. E confluiscono nel calderone bollente dell'emergenza profughi.

Su 3 miliardi e 954 milioni di euro riservati nel 2015 dal nostro Paese per «aiuti al pubblico sviluppo», 980 milioni sono stati impiegati per l'assistenza dei rifugiati in Italia. Il dato emerge da un'elaborazione di OpenPolis in collaborazione con Oxfam. Si tratta del 53% delle risorse complessive erogate attraverso canali bilaterali (i flussi di denaro diretti dal Paese donatore a quello ricevente) che non raggiungono progetti e destinazioni specifiche, ma rimangono sul territorio nazionale a finanziare l'accoglienza dei profughi. Una fetta di denaro che nella rendicontazione dei destinatari confluisce nell'etichetta di «Paesi non specificati».

Una voce, quella dei «rifugiati nel Paese donatore», prevista tra gli obiettivi degli aiuti programmati con la cooperazione, ma di fatto in progressivo e imprevedibile aumento. Tra i fondi bilaterali nel 2015 solo 336 milioni di euro sono serviti a finanziare concretamente il miglioramento di «infrastrutture e servizi sociali», «salute», «istruzione», «approvigionamento idrico», «pubblica amministrazione e società civile». Tra le aree geografiche, 14% degli aiuti è stato destinato all'Africa sub-sahariana, il 7% all'Asia centrale, e il 6% al Medio Oriente, mentre tra le nazioni definite «prioritarie», più bisognose, la quota maggiore è andata all'Afghanistan, (4,23%), prima di Palestina (2,94%), Etiopia (2,51%), Senegal (1,44%) e Kenya (1,38%).

E se l'impegno dichiarato del governo è quello di aumentare gradualmente i fondi da avviare alla cooperazione, con UN obiettivo di 4 miliardi nel 2020 e di 13 nel 2030, resta da capire quanto di questo budget finirà effettivamente ai territori. O se invece la percentuale impiegata per assistere i rifugiati non sia destinata a crescere ancora, seguendo il trend che l'ha vista già aumentare dal 2010 a oggi del 25%. Complice un'emergenza sbarchi che non accenna a diminuire: in questi giorni si è sbriciolato il record dei flussi migratori del 2014, considerato l'anno «boom», con 171mila arrivi già registrati da gennaio a oggi rispetto ai 170mila di due anni fa.

Nel 2010 l'Italia impegnava per i profughi lo 0,10% di tutto l'aiuto pubblico allo sviluppo, sia bilaterale che multilaterale (quello che passa attraverso le organizzazioni internazionale). Nel 2015, la percentuale è salita 24. E se si prendono le cifre dei fondi effettivamente spesi si passa dallo 0,12% del 2010 al 25,55% del 2015. Una tendenza simile si sta verificando in Germania, dove nell'ultimo anno, dopo il giro di boa che ha visto l'apertura ai rifugiati della cancelliera Merkel, la quota del bilancio di cooperazione utilizzata per l'accoglienza sul territorio è aumentata di oltre 15 punti.

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