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Albanese non arretra e punta il dito contro "social e algoritmi"

L'azione contro gli Usa promossa da marito e figlia. La relatrice Onu fa la vittima e contrattacca i media

Albanese non arretra e punta il dito contro "social e algoritmi"

Francesca Albanese non lascia e anzi raddoppia la sua crociata laica. Scampato il pericolo di dimissioni, la discussa relatrice Onu sulla Palestina da un lato riprende la sua campagna sul "genocidio", dall'altro spera che la causa civile intentata dai suoi familiari contro l'amministrazione Trump arrivi a scardinare - come incostituzionali - le sanzioni che gli Usa le hanno comminato l'estate scorsa.

Il braccio di ferro interno all'Onu si era aperto due settimane fa, quando una pattuglia di Paesi europei aveva annunciato di voler chiedere un suo passo indietro dopo la partecipazione a un forum di Al Jazeera con un leader di Hamas; ennesimo caso arrivato dopo una serie infinita di polemiche e accuse che hanno costellato l'incarico con una retorica militante e faziosa.

La falla diplomatica però è stata chiusa a Ginevra due giorni fa, grazie a rapporti di forza che ormai in seno alle Nazioni Unite sono sfavorevoli alle democrazie occidentali. La Francia oggi ribadisce che la sua posizione è immutata: "Il primo ministro e il ministro per gli Affari Esteri lo hanno espresso chiaramente - ha spiegato ieri il portavoce della diplomazia di Parigi Pascal Confavreux - le provocazioni ripetute della signora Albanese richiedono da parte sua di avere la dignità di dimettersi". Eppure la crisi è rientrata. E archiviata come se niente fosse la tensione palpabile dei giorni scorsi, Albanese oggi si sente rinfrancata e va all'attacco. Ringrazia quanti l'hanno sostenuta, anche con un appello condiviso da tutto il jet set radical chic - che la dipinge come una martire coraggiosa della giustizia globale. Lei stessa si atteggia a vittima di un'ingiustizia e non dismette il tono inquisitorio. Su "Le Monde diplomatique" firma un intervento in cui risponde ai "detrattori", descrive l'"anatomia di una diffamazione" di cui sarebbe vittima, parla di "polemiche accuratamente orchestrate" con "crescente virulenza", poi - come già aveva fatto a Doha - torna a puntare il dito contro artefici e complici di quello che considera "un crimine collettivo". Al Forum del 7 febbraio con gli islamisti aveva parlato di un "nemico comune dell'umanità", poi individuato nel sistema", ieri ha additato "i Paesi che hanno armato Israele, come anche i media e gli algoritmi dei social network che hanno amplificato il discorso genocidario".

Da questa sua idea di genocidio come "crimine collettivo", anche economico, sono scaturite proprio le sanzioni americane ora impugnate nell'azione legale intentata dalla figlia e dal marito di Albanese, Massimiliano Calì - economista della Banca Mondiale in Tunisia e già consulente del ministero dell'economia palestinese. In cosa consista l'azione civile lo spiegano tra l'altro Al Jazeera e Quds Network, sito considerato vicino ai filo-Hamas.

"La denuncia - si legge - sostiene che le sanzioni violano i diritti di Albanese sanciti dal Primo, Quarto e Quinto Emendamento, congelano illegalmente i suoi beni e costituiscono una punizione incostituzionale per aver espresso le sue opinioni. A luglio gli Stati Uniti hanno sanzionato Albanese, impedendole di recarsi negli Stati Uniti e congelando i suoi beni negli Stati Uniti, tra cui una casa a Washington.

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