Spaccio, furto, resistenza a pubblico ufficiale, violenza sessuale di gruppo in concorso, immigrazione clandestina, soggiorno illegale sul territorio nazionale. Eccolo, il pedigree criminale dell'immigrato clandestino marocchino F.O. che avrebbe dovuto essere espulso e che la Corte d'Appello di Roma ha riportato in Italia dal Cpr di Gjader in Albania (dove era arrivato il 17 febbraio scorso) per valutarne la richiesta di diritto d'asilo. È questo il caso di scuola che ha citato ieri la premier Giorgia Meloni nell'intervista a Rtl 102,5, parlando della guerra in Iran e della lotta al terrorismo, che passa soprattutto dalla difesa dei nostri confini. Nella battaglia che ha convinto anche l'Unione europea ha un ruolo decisivo l'Albania con l'idea degli hotspot extra Ue per la procedura immediata di esame delle domande di protezione per chi arriva da "Paesi sicuri" e i Cpr per le espulsioni accelerate. "Sul Protocollo in Albania l'Unione Europea ci ha diciamo aiutato con la lista europea dei Paesi sicuri, che era la principale questione posta dai magistrati italiani per non far funzionare i centri". Poi la leader Fdi aggiunge: "Devo dire che qualcosa mi dice che quegli stessi magistrati potrebbero ora inventare altre scuse perché sto vedendo delle cose che francamente non capisco". Il riferimento è ad "alcuni immigrati illegali trasferiti in Albania qualche giorno fa", rimpatriati perché "alcuni giudici non hanno convalidato il trasferimento. Ma noi come facciamo a garantire la sicurezza dei cittadini così? - si è chiesta la Meloni - ci si rende conto di quanto siano surreali queste decisioni, di quanto incidano non sul governo ma sui diritti dei cittadini alla sicurezza?".
Il caso di specie è il classico escamotage per aggirare l'espulsione. Eppure la giurisprudenza più ideologica ne approfitta per disinnescare la strategia dell'esecutivo nella lotta all'immigrazione clandestina. Si rimpatria un criminale con una sfilza di reati per valutare un diritto pacificamente campato in aria pur di dire che l'Italia fa pochi rimpatri ("Quest'anno ne faremo 10mila, promette il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi) e per dire che il Protocollo Albania non funziona. C'è voluta una recente ordinanza, la 13151 del 18 maggio 2025, con cui la Suprema Corte di Cassazione ha stabilito che il giudice di pace chiamato a decidere sul ricorso contro l'espulsione non può annullare il decreto per il solo fatto che sia stata presentata la domanda. Non c'è la "sopravvenuta invalidità", ma solo la "temporanea inefficacia". Quando si ragiona sul conflitto tra magistratura e politica è su questa dinamica che si deve riflettere.
Non è in discussione il diritto d'asilo ma le pieghe della legge nella quale i criminali (e i terroristi, come abbiamo visto) si infilano per farla franca, vanificando così anche la valutazione delle "vere" richieste di protezione internazionale, destinate inevitabilmente ad aumentare se proseguirà l'escalation della guerra in Medioriente. I delinquenti ci provano, i giudici buonisti ci cascano. In buona o in mala fede.