È allerta test: troppo pochi. "In due mesi ospedali pieni"

Rapporto Gimbe: tamponi scarsi e tracciamento in tilt. E la responsabilità è scaricata sui cittadini

È allerta test: troppo pochi. "In due mesi ospedali pieni"

Si chiedono nuovi sacrifici ai cittadini anche perché gli impegni presi prima dell'estate non sono stati assolti: né dal governo e né dalle regioni. Non si tratta di lanciare accuse ma semplicemente di constatare quanto è stato fatto per mettere in sicurezza il paese: poco. E la conclusione alla quale arriva la Fondazione Gimbe analizzando i dati è quella sotto gli occhi di tutti: non si fanno abbastanza tamponi ed è mancato il potenziamento dell'azione di prevenzione sul territorio. Oggi si aspettano fino a 10 giorni per avere il risultato di un tampone come nel picco dell'epidemia della scorsa primavera.

Alla denuncia di Gimbe fa eco il grido d'allarme degli ospedalieri. Carlo Palermo, segretario nazionale Anaao Assomed, avverte: le terapie intensive potrebbero andare a saturazione nel giro di due mesi se i casi di Covid continuano ad aumentare con questa velocità. Mancano per sostenere l'urto 4mila specialisti e i 3.500 posti di intensiva in più sono ancora solo una promessa.

Nino Cartabellota, presidente Gimbe evidenzia che «l'aumentata disponibilità di tamponi molecolari e rapidi è ancora inadeguata sia per la crescita esponenziale dei nuovi casi, sia perché sarà in parte assorbita dalla diagnosi differenziale tra infezione da Sars Cov2 e influenza stagionale». I numeri dei tamponi effettuati sono lontanissimi da quelli auspicati dal microbilogo, Andrea Crisanti che nel suo piano di prevenzione chiedeva 300mila tamponi al giorno.

E così ancora una volta l'onere di contenere la diffusione del virus ricade interamente sulle spalle dei cittadini. «L'entità delle restrizioni stride con il mancato potenziamento dei servizi territoriali deputati al tracciamento, nonostante le risorse già assegnate dal decreto Rilancio. Ancora una volta, i ritardi burocratici e i conflitti tra governo e Regioni scaricano sui cittadini la responsabilità del controllo epidemico attraverso restrizioni delle libertà personali», dice Cartabellotta.

Il numero dei tamponi effettuati è stato incrementato a soltanto a partire dalla metà di agosto fino a raggiungere la media di 67.000 al giorno nella settimana tra il 5 e l'11 ottobre ma con macroscopiche differenze tra regioni se parametrato alla popolazione residente. Tra il 12 agosto e l'11 ottobre, rispetto ad una media nazionale di 5.360 casi testati per 100.000 abitanti, il range varia dai 3.232 della Sicilia ai agli 8.002 del Lazio. Il mancato potenziamento dello screening ha avuto come conseguenza «un netto incremento del rapporto tra positivi e casi testati a livello nazionale che da metà luglio a metà agosto è salito dallo 0,8 all'1,9, per raggiungere tra il 5 e l'11 ottobre il 6,2 di media ma con gradi differenze tra regioni: 1,7 in Calabria, 14 in Valle d'Aosta.

Le Regioni non forniscono dati esaurienti ad esempio rispetto al personale impegnato nell'attività di monitoraggio. Ora il sistema è entrato in crisi (code chilometriche, ai drive in e attesa eccessiva per i risultati) e la soluzione trovata dal governo è quella di dichiarare sufficiente un solo tampone per confermare la guarigione virologica. Soluzione che non tutti gli esperti condividono ritenendola rischiosa. Ma così facendo si «recupererà» un certo numero di tamponi, 20.000 al giorno circa, da impiegare per lo screening. Gimbe sottolinea pure che i tamponi rapidi sono in ritardo: non si conoscono né i tempi nè i criteri di approvvigionamento e distribuzione. E i medici di famiglia hanno già messo le mani avanti rispetto alla proposta di effettuarli nei loro studi: temono situazioni di affollamento ingestibili. Identico il problema per le scuole.

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