Assedio giudiziario al governo: panico 5 Stelle, Lega all'attacco

Reazioni contrapposte ai pm: il M5s fugge, il Carroccio replica. Ira dei sanculotti grillini contro i ministeriali

Assedio giudiziario al governo: panico 5 Stelle, Lega all'attacco

L'espressione è quella disarmante, di chi non ci si raccapezza. Angelo Tofalo, sottosegretario grillino alla Difesa, di fresca nomina, la getta in filosofia per spiegare l'offensiva giudiziaria che sullo stadio della Roma sta mettendo nell'angolo i 5stelle, all'indomani della nascita del governo gialloverde. «Prima o poi capita a tutti... È il sistema... se vuoi cambiare qualcosa ti mettono in mezzo...». Tofalo usa argomentazioni che riecheggiano i discorsi fatti in passato da molti politici, accusati giustamente o meno, ma lo fa senza convinzione, consapevole che i grillini sono arrivati al potere applaudendo con violenza, sempre e comunque, le esecuzioni della «casta», che il meccanismo mediatico-giudiziario ha mandato in scena in questi anni.

Ben altro piglio trovi, invece, nel ministro dell'Agricoltura, il leghista Gianmarco Centinaio. Gli uomini del Carroccio, lambiti dallo stesso scandalo o dalla storia dei soldi in Lussemburgo, sono più temprati, hanno più esperienza degli attacchi giudiziari, sono morti e resuscitati più volte, o si sono rinnovati. «La cosa che ci preoccupa dichiara Centinaio è che il finimondo è arrivato proprio oggi... casualmente... qualche giorno dopo l'insediamento di un governo a forte impronta leghista. Ce l'aspettavamo...». E subito dopo rilancia, con maggior convinzione del collega grillino, la retorica del «cambiamento», come motivo vero dell'assedio: «Quando vuoi modificare davvero le cose, quando metti in discussione l'esistente, ti esce sempre fuori una cena, un pranzo, una colazione con cui ti vogliono mettere in mezzo».

Anche nella tempesta grillini e leghisti sono diversi. I primi, o si nascondono come il vicepremier Di Maio, o il ministro della Giustizia Bonafede; o negano tutto come il sindaco Raggi; o scaricano su altri come il candidato sconfitto alle elezioni regionali del Lazio, la Lombardi; o si tirano fuori come il garante Beppe Grillo. A tutti gli effetti sono disarmati, disorientati, presi dal panico, perché il problema non è giudiziario, ma di costume, antropologico, lessicale: uno stadio lungamente osteggiato, che per i grillini non si doveva fare, e che, invece, con l'avvento a Roma di un'eminenza grigia voluta dai vertici del movimento, presentato dall'attuale ministro della Giustizia Bonafede, caldeggiato dal vice premier Di Maio, benedetto da quell'entità astratta, quasi religiosa, che è la Casaleggio associati, cioè l'ormai famoso alle cronache avvocato Luca Lanzalone, diventa all'improvviso fattibile. Quel «no» che si trasforma in un «sì», magari a guardare dentro le carte dell'inchiesta- accompagnato da una consulenza, un appartamento, un'assunzione, un finanziamento, ripetendo il canovaccio tradizionale di un habitat politico che hanno sempre detto di odiare, dimostra quanto anche per i 5stelle sia invisibile il confine tra il «bene» e il «male». Un confine che si può tranquillamente ridisegnare: secondo i propri comodi e secondo le circostanze. «E pensare ricorda con una punta di sarcasmo, Paola Muraro, l'assessore ai Rifiuti tanto voluta dalla Raggi e costretta a dimettersi per un avviso di garanzia per un reato che prevede una pena di 1.500 euro che a me mi ha fatto fuori Lanzalone».

È questa presa d'atto, l'idea di non essere diversi dagli altri, che farà male, molto male, al movimento. Ben più di un avviso di garanzia, o di una condanna. È il constatare che uno dei tanti palazzinari romani, come Luca Parnasi, si sia vantato con il suo commercialista di essere l'artefice del governo del «cambiamento»: «Il governo lo sto a fare io, eh! Non so se ti è chiara questa situazione». Una frase che colpisce l'immaginario collettivo, più o meno come quella frase pronunciata dall'allora segretario dei Ds, Piero Fassino, che chiedeva a Giovanni Consorte: «Ma allora abbiamo una banca?». E colpisce, soprattutto, l'immaginario di quelle decine e decine di militanti che facevano parte dei «tavoli dell'urbanistica», che dovevano vigilare, come «i comitati di salute pubblica» che accompagnarono la Rivoluzione francese, sulle decisioni della «cittadina» sindaca, dei «cittadini» assessori, dei «cittadini» consiglieri, anche sul famigerato stadio della Roma (così era considerato prima della presa del Campidoglio): hanno ripetuto più volte «no» al progetto, ma poi con l'arrivo di Lanzalone, sono stati sciolti, un attimo prima che ripetessero l'ennesimo «no» e il Comune pronunciasse il suo inedito «sì». Ora, basta dare un'occhiata sul web, i sanculotti 5stelle sono davvero incazzati. Com'è arrabbiato Riccardo Tucci, grillino calabrese arrivato in Parlamento direttamente dalla base del movimento: «Penso a ciò che è successo a Roma e mi incavolo: consulenti, assessori, esperti. Gente esterna che abbiamo preso e ci ha messo nei guai. Ci vorrebbe una regola: nessuna responsabilità a chi non è del movimento!». E già c'è il ritorno degli ortodossi. Roberto Fico, che parlando con i suoi fedeli lancia la fatwã contro chi ha sbagliato: «Nessuna pietà». O Nicola Morra, che suona l'allarme al movimento: «Rischiamo di evaporare».

Sul banco degli imputati, anche se non si dice, c'è Di Maio il capo della corrente dei ministeriali. Lui lo sa e tenta di imboscarsi. Ieri ha riunito tutti i parlamentari 5stelle delle commissioni parlamentari che riguardano i suoi ministeri in un luogo riservato: non voleva incontrare la stampa. E ha lanciato un appello che sembra più una preghiera: «Siamo uniti!».

Esattamente il contrario dell'altro vicepremier, Salvini. Ieri si è tuffato di nuovo tra le telecamere, ha detto che Parnasi «lo conosce come brava persona» e alle domande più insidiose quelle sui finanziamenti del palazzinaro o sui soldi in Lussemburgo, ha tagliato corto: «Parliamo di cose serie, parliamo di pallone». Appunto, i leghisti sono un'altra cosa. L'analisi di Giorgetti, finito nell'inchiesta per una cena con il costruttore, è semplice ed è frutto dell'esperienza di uno che ne ha viste tante in questi anni: quando arrivi al governo in un paese come il nostro finisci sotto i riflettori, tentano di azzopparti per condizionarti; è successo ad altri, succede tanto più alla Lega che è vista con diffidenza da certi poteri; siamo solo agli inizi. Solo che i leghisti sono diversi dai grillini. Loro vanno all'attacco. «Queste storie spiega Luca Paolini, deputato del Carroccio delle Marche colpiscono più i 5stelle, per i loro costumi, che non noi. Su di noi non c'è niente. Vogliono metterci solo il cappio al collo, come hanno fatto con Berlusconi. Ma il Cav si è fatto fuori da solo quando ha votato una legge folle come la Severino». Ed ancora: «Ma di che dobbiamo meravigliarci!? Un pezzo di magistratura che segue una logica politica, lo dimostrano personaggi come Di Pietro o de Magistris. Ne succedono di tutti colori: ma non vi ricordate la storia del Merolone, il superdotato, fu accusato da una ragazza che poi si mise con il giudice che condusse l'inchiesta. Solo in Italia». Appunto, il Merolone.