"Quando le omissioni diventano sistematiche smettono di essere semplici errori. Se anche solo una parte di quello che sta emergendo verrà confermata, saremo di fronte a qualcosa di molto più profondo, pericoloso e gravissimo". Andrea Di Giuseppe è un fiume in piena, il Giornale ha pubblicato per primo la sua denuncia sulla morte dell'ambasciatore in Congo Luca Attanasio (nella foto) il 22 febbraio 2021, è lui (e non la magistratura) ad aver raccolto la testimonianza di un diplomatico le cui rivelazioni rischiano di scuotere la Farnesina perché legano a un traffico di visti Schengen da 7mila euro verso il nostro Paese la morte del diplomatico ucciso sulla strada che da Goma porta al nord del Paese assieme al carabiniere Vittorio Iacovacci e all'autista l'autista del World Food Programme Mustapha Milambo.
"Per anni ci è stato raccontato che tutto era sotto controllo, e oggi invece iniziano ad affiorare fortissimi elementi e prove che fanno indicano responsabilità che non possono più essere ignorate. Qui non si tratta di fare processi mediatici o di cercare colpevoli a tutti i costi, ma di avere il coraggio di non coprire più nulla", ribadisce il parlamentare Fdi eletto al'Estero. Nella denuncia presentata si parlerebbe di altri testi disposti a sostenere queste accuse (due ufficiali dei carabinieri della Farnesina e di un corposo dossier depositato tramite un Dvd. A seguire il procedimento è l'ex pm Antonio Di Pietro, che ha già difeso Di Giuseppe in un altro processo contro due funzionari del ministero degli Esteri. "La verità su Attanasio deve essere completa, anche quando è scomoda. Qualcuno sapeva o poteva intervenire? Se non lo ha fatto, allora la responsabilità non è solo penale ma anche morale", ribadisce Di Giuseppe. Che ovviamente sa molte cose ma non le può dire perché c'è un'indagine in corso e probabilmente il fascicolo della Procura di Roma verrà presto riaperto. E in Parlamento c'è già chi chiede, come Fabio Rampelli, un'ispezione nell'ambasciata italiana. Anche per capire se dietro i visti Schengen ci possano essere organizzazioni terroristiche.
Il processo militare sommario ha condannato sei congolesi a morte, pena commutata in ergastolo su richiesta dell'Italia. Ma su moventi e mandanti è buio pesto, anche perché alcuni imputati godevano di un'immunità Onu che lo Stato non ha chiesto di revocare.
Nei mesi scorsi sarebbero emerse altre due piste alternative ai visti: dietro l'attacco del gruppo armato M23 ci sarebbero state le mire della Russia sulle miniere ricche di terre rarefatte come il niobio, elemento fondamentale per la costruzione di armi subsoniche. Secondo il Fatto quotidiano è la pista privilegiata dai legali dei familiari di Attanasio. L'altra pista porta in Francia, interessata a contendere a Eni i ricchi giacimenti di gas e petrolio.