La cosa più incredibile fu forse il viaggio a Tripoli a cercare soldi per la Lega. "Eravamo sempre in bolletta, allora io e Bernardelli avemmo l'idea di provare con Gheddafi. Mettemmo giù un papello in cui parlavamo dei migranti, del petrolio e battevamo in qualche modo cassa. Solo che l'operazione era mal congegnata, diciamo pure sconclusionata e Bossi continuava a ripetermi: Ma dove c... vai? Sei un analfabeta".
Pino Babbini, lo storico autista dell'Umberto nazionale, ricorda con un filo di voce e di nostalgia ma anche con una punta di orgoglio quella stagione incredibile vissuta a servizio del leader della Lega. "Partimmo comunque, fra gli improperi del capo. Io sarò stato pure analfabeta ma avevo delle idee e gliele offrivo gratis, solo che quella volta andò tutto storto. Atterrammo in Tunisia e il governo libico ci mandò a prendere con una macchina. Ci parcheggiarono in un albergo di Tripoli. Gheddafi non lo vedemmo nemmeno con il cannocchiale. Io avevo sviluppato l'idea che la Lega avrebbe sostenuto il regime libico, ma lui avrebbe dovuto trattenere i migranti, anche se allora eravamo lontanissimi dai flussi di oggi, e poi puntavamo a un finanziamento. Solo che le nostre richieste erano scritte male, mal spiegate e insomma si capiva poco o nulla. Sono passati tanti anni, ma credo che Bossi fece un'altra sfuriata al telefono urlandomi qualcosa. Arrivò invece del leader libico un funzionario che cercò di capire cosa volessimo, poi finalmente ci imbarcammo per tornare a Milano".
Babbini si è ritirato in Liguria, ha superato la soglia dei novant'anni, ma non vive nella bolla dei ricordi. "Ho appena brevettato una scarpa da calcio nuova", ma l'affetto e a tratti la venerazione per Umberto Bossi restano intatti. "Aveva intuito il mondo che sarebbe arrivato con dieci, quindici anni di anticipo. Parlava della questione settentrionale, spiegava che il Nord metteva mani al portafogli per far campare il resto dell'Italia, accennava al tema, allora ancora sfumato, dei migranti e dei delinquenti a spasso per le nostre strade e insomma disegnava una realtà che nel Palazzo nessuno coglieva. Allora, quando ci incrociammo, eravamo quattro gatti e non avevamo nemmeno i soldi per comprare la colla dei manifesti, però ci davamo una mano tutti quanti".
"A un certo punto - racconta Babbini - mi prese come autista e trascorsi con lui nove anni. Io ero stato pilota di Formula 3 e poi avevo condotto il taxi per tanto tempo, insomma di me lui si fidava e poi io guidavo ma anche ragionavo e gli davo qualche consiglio. Fui io ad aprire la strada dei rapporti con Fedele Confalonieri e poi con Silvio Berlusconi e anche a Confalonieri chiesi un aiuto finanziario".
Nove anni intensi e giornate interminabili. "Lui si alzava presto, dovevo essere pronto davanti al cancello di casa sua magari alle sette, anche se poi a volte usciva alle nove. Una mattina venne la polizia a dirmi: Cosa fa lì fuori?. Niente, aspettavo".
Il segretario si infilava in macchina con i suoi discorsi già scritti, li ripassava, taceva a lungo, poi però sul palco, magari in un paesino del Veneto o del Piemonte, quei fogli se li dimenticava. "Parlava a braccio, anche un'ora di fila, non perdeva mai il filo, padroneggiava tutto con una memoria spaventosa. E le mie giornate non finivano mai: lo riportavo a Gemonio alle due di notte, e arrivavo a casa mia, a Milano in viale Monza, più tardi".
Viale Monza dove non vive più. "Adesso mi hanno sfrattato e sono a Rapallo, ma ho abitato per tantissimi anni in viale Monza e da bambino ho raggiunto piazzale Loreto a vedere i cadaveri di Mussolini e della Petacci che penzolavano in una calca indescrivibile".
Un sospiro. E Babbini si tuffa ancora in quel passato glorioso: "Bossi è sempre stato un antifascista. Era anche un po' di sinistra e infatti nel 1994 fece cadere il primo governo di Silvio.
Berlusconi mi convocò per avere spiegazioni e io gli diedi l'unica plausibile: Lei l'ha emarginato, messo all'angolo, ridotto al ruolo di comparsa e lui si è offeso. Ricucirono".Poi le strade si separarono. "La notizia della morte è arrivata a tradimento. Non me l'aspettavo. E mi è venuto da piangere".