Bertinotti: "Sono comunista ma la speranza è Papa Francesco"

Il rifiuto dell'attualità, il dialogo con il mondo cattolico e con la desta, lo sguardo rivolto a Joe Biden e l'ammirazione per Papa Francesco. Il "nuovo" Pantheon del comunista Fausto Bertinotti

Bertinotti: "Sono comunista ma la speranza è Papa Francesco"

“Non parlo dell’attualità, da tempo mi astengo dal commentare i fatti dell’attualità. Parlo solo di cultura politica”. L’ex presidente della Camera Fausto Bertinotti è netto e categorico, la crisi del governo Conte, le instabilità della maggioranza alla quale partecipa anche il Partito Democratico, erede di quello che un tempo era il più importante Partito Comunista dell’occidente, non entreranno nella nostra chiacchierata che sarà, invece, un viaggio attraverso i ricordi e il presente del Presidente, con un’incursione nell’attualità di oltre oceano.

Il 21 gennaio del 1920 il XVII congresso del Partito socialista italiano si concluse con la scissione della componente comunista e la nascita del Partito comunista d’Italia. A 100 anni di distanza, secondo lei, qual è stato il contributo maggiore del Partito Comunista all’Italia?

"Io direi “i contributi” dei comunisti alla storia d’Italia, sono tanti e tutti rilevanti. Prima di tutto il PCI è stato il primo partito organizzato che si oppone al fascismo, il primo e l’unico per un lungo periodo. I comunisti danno un contributo in qualità e quantità rilevantissimo, seppur non esclusivo, a tutta la clandestinità e poi a tutta la resistenza con le brigate Garibaldi che insieme alle brigate Matteotti e quelle di origine cattolica hanno costituito il nerbo della lotta contro il nazifascismo".

E dopo la guerra?

"Dopo i comunisti italiani sono, in occidente, gli unici comunisti che hanno partecipato alla stesura della Carta costituzionale, un punto di novità nella cultura costituzionalista moderna e contemporanea, tanto che viene definita una costituzione democratica per distinguerla dalle costituzioni liberali che le avevano precedute. Nel secondo dopoguerra il contributo dei comunisti nei sindacati, nelle camere del lavoro, nel partito è stato quello prima di difendere l’assetto costituente negli anni della grande repressione centrista, per darle un’idea abbiamo avuto 50mila processati, e poi nella rinascita nel movimento di riforma che dall’opposizione caratterizza tutti gli anni ’70".

E quali sono stati i limiti, invece, del PCI.

"Il suo limite è non avere, in quest’ultimo ciclo, letto attentamente come si doveva il carattere rivoluzionario dei movimenti che stavano nascendo nel biennio 68-69 quando la grande storia del Partito Comunista Italiano incontra la novità che a partire da Praga non riesce giù a leggere".

Secondo lei oggi c’è ancora spazio per le idee comuniste?
"Sì, c’è spazio perché il capitalismo finanziario globale, cioè il nuovo capitalismo, è ormai sottoposto a una critica dal basso e dall’alto. Pensi a gli ultimi movimenti statunitensi. Le idee di critica al capitalismo che sono le ragioni per cui sono nati i partiti socialisti e comunisti sono assolutamente attuali. Quello che non è attuale è il partito che è finito nel ‘900".

Forse è per questo che non ci sono state grandi celebrazioni per cento anni dalla nascita del PCI?

"Bisogna avere lucidamente presente che il ‘900 è finito, è stato un secolo grande e terribile, iniziato con l’ottobre del ’17 e finito con un fallimento delle società dell’est e con la sconfitta del movimento operaio in occidente nell’ultimo biennio del secolo scorso. C’è una cesura che spiega storicamente perché non si può dare l’attualizzazione di quella grande storia".

Ma lei si definisce ancora comunista?

"Sì, certo".

Quando è stata l’ultima volta che ha avuto un comportamento che l’ha fatta riconoscere come comunista?

"Anche questa mattina, sempre. Mi basta commentare un fatto per riconoscermi comunista, non saprei commentare senza gli occhiali della cultura del movimento operaio".

Nella sua carriera politica lei è stato un uomo del dialogo. Nel 2006 fu uno dei primi leader di sinistra a partecipare ad Atreju, in un dibattito con l’allora segretario di AN Gianfranco Fini. Come fu accolto dal popolo dei giovani della destra?

"Con molta cordialità, e pure venivamo da scontri molto aspri, molto duri. Ci fu una calorosa accoglienza alla quale sono rimasto sempre grato".

Come fu accolta questa la scelta del dialogo con la destra da ambienti di sinistra a lei più familiari?

"Come mi è successo in molte occasioni, dalla critica allo stalinismo, al giudizio sulle foibe, alla non violenza, con un dibattito aperto… non sono un uomo che tende al consenso generalizzato, quindi sono abituato al contrasto delle idee e penso sia fruttuoso. Anche in quell’occasione ci fu una discussione importante con diversità di posizione molto nette".

Anche il dialogo, anche con il mondo cattolico, è stato parte della sua storia politica. In questi ultimi anni è avvicinato a Comunione e Liberazione. Come mai?

"Non ho mai smesso di guardare al mondo cattolico, negli anni ’60 dopo il Concilio Vaticano II ho incontrato i giovani cattolici con cui ho fatto seminari e dibattiti. Poi tutta la storia sindacale è stata palestra di confronto con il sindacalismo cattolico, con i preti operai e il movimento operaio di origine cattolica. Basti pensare all’incontro con Solidarnosc. L’incontro con Comunione e Liberazione è parte di questo cammino ininterrotto, non saprei pensare la politica senza il dialogo con i cattolici".

Qual è la sua opinione su Papa Francesco?

"Credo che oggi sia il più grande contributo che si può leggere nel nostro tempo a favore dell’umano".

Anche a favore delle classi operaie?

"Se scegli di difendere l’umanità non si può che partire dalla dignità del lavoro".

Ma secondo lei, nella stagione degli smart-job, ha ancora senso parlare di la classe operaia?

"Sì ma è cambiata, come in passato del resto. Pensi che per mezzo secolo la classe operaia è stata caratterizzata dal conflitto tra operai specializzati e operai comuni. Oggi siamo nel mondo investito dalla precarietà, dalle nuove figure del lavoro dalla logistica ai rider, passando anche per le popolazioni lavorative industriali che sono sempre più esposte alla precarietà".

La precarietà è la cifra dei nostri tempi.

"Esatto. Basti pensare che ai giorni nostri si continua a discutere sulla possibilità di prolungare il blocco dei licenziamenti. Se non è precarietà questa…"

Secondo lei oggi esiste ancora una coscienza di classe?

"La frantumazione sociale, i processi di isolamento sono il prodotto storico di questo tipo di capitalismo, del suo processo di individualizzazione e di mercificazione. È la nuova cifra del capitalismo. La coscienza è un processo di costruzione non è immediato. Tutte le forme di aggregazione oggi sono in crisi. È il post moderno. Ora il problema è la ricostruzione delle identità collettive. Rispetto a questo vi è un deficit generale nella cultura e nella politica per cui queste realtà sono spesso nude e sole. Queste coscienze si risvegliano quando sono attraversate da un movimento. Guardi a quello che è successo negli USA, quando c’è una rivolta contro il razzismo, contro la violenza della polizia che esplode, rincontra i movimenti femministi e ne circuita le lotte operaie in difesa dei diritti sociali. È quella forma di lotta che dà un’impronta di costruzione a nuove coscienze collettive. E quando si produce dà luogo a moti che esplodono improvvisamente".

Come sono esplosi negli Stati Uniti.

"I movimenti hanno seminato e hanno determinato una lettura completamente diversa del Partito Democratico, precedentemente sconfitto perché considerato elitario. Questa volta così non è stato per Joe Biden. In primo luogo perché si è lasciato attraversare dai movimenti che avevano preso forma nella società civile. Le ultime vicende dell’assalto dei partigiani di Trump rendeva fisicamente evidente cosa rischiavano gli USA. Quindi la reazione ha portato alla vittoria di Joe Biden, si spiega in primo luogo con il rifiuto di Trump. La risposta è stata necessaria e utile".

Però resta il problema, per i democratici, di coprire la distanza che si è creata con la classe operaia.

"La distanza tra democratici e operai non c’è solo nella cintura della ruggine ma nel profondo degli Stati Uniti d’America. Infatti un uomo importante nella cultura dei democratici come Robert Reich, ex ministro del lavoro del governo Clinton, ha detto che o Biden prende di petto le grandi ricchezze accumulate negli USA con gravi conseguenze sociali oppure non ce la farà. Paul Auster ha detto che Biden ha difronte una sfida per affrontare la quale dovrebbe avvicinarsi alla classe operaia e allontanarsi da Wall Street".

Secondo lei è possibile?

"Certo che sì".

Domani è il 27 gennaio, il giorno in cui si ricordano le vittime della Shoah. Le popolazioni ebraiche sono state vittime di violenze anche nei regimi sovietici.

"La Shoah costituisce un punto inamovibile nella costruzione della coscienza moderna. Il mondo dopo Aushwitz non ha più potuto essere uguale a quello precedente.
Il precipizio, in un certo periodo dello stalinismo, c’è stato ma era una forma drammatica di avversione e aggressione di tutto ciò che non stava dentro l’impianto che lo stalinismo aveva eretto a sistema. Valeva lo stesso per la chiesa ortodossa, per le forme di dissenso, per le minoranze sociali, civili e anche per gli ebrei, colpiti come un corpo non integrabile totalmente nel regime stalinista. A questo aggiungo che i leader bolscevichi della rivoluzione, in grand parte per lo meno, erano ebrei e anche Karl Marx aveva qualche eredità ebraica. Io, nel secondo dopoguerra, ne ho conosciuto tanti di leader operai bolscevichi di origine ebrea".

La sinistra italiana e il mondo operaio hanno fatto i conti con questa storia?

"Direi da mezzo secolo. In Italia non solo la presenza di dirigenti ebraici nel partito comunista italiano ma l’attenzione alla cultura ebraica è stata sempre rilevante. A meno, certo, di non confondere la solidarietà della battaglia del popolo palestinese e la critica con le politiche dello stato di Israele con forme di antisemitismo, il cui collegamento secondo me è del tutto improprio e inaccettabile".