Se c'è un'immagine che Donald Trump si è appiccicato addosso negli ultimi tre giorni è quella dell'impotenza. Impotenza di fronte al cul-de-sac in cui la sua politica lo ha ficcato. Il presidente Usa, più o meno come Putin in Ucraina, non sa come concludere la guerra con l'Iran: l'ultima invenzione - o boutade - per piegare Teheran è il blocco navale della marina USA sullo stretto di Hormuz. Una risposta al blocco messo in pratica dagli iraniani: per cui siamo "al blocco del blocco". Ci sarebbe da ridere se non ci trovassimo di fronte alla crisi energetica più drammatica degli ultimi trent'anni. Ancora. The Donald ha sponsorizzato Orbán nelle elezioni ungheresi (anche qui in compagnia di Putin) inviando sul posto a fare campagna elettorale (scelta surreale) addirittura il suo vice Vance. Risultato: l'endorsement trumpiano è stato subissato da una valanga di voti che possono permettere al nuovo premier ungherese di cambiare la Costituzione illiberale (e sovranista) del suo predecessore.
Infine per non farsi mancare nulla ha attaccato il Papa: lo ha definito "debole", "terribile" solo perché il Pontefice, com'è nel suo ministero, persegue la pace. Trump non sopporta Papa Leone perché non lo asseconda, quando invece - parole dell'inquilino della Casa Bianca - "se io non fossi stato alla Casa Bianca, lui non sarebbe Papa". Anche qui, per trovare una correlazione con Putin, gli piacerebbe che si comportasse come il Patriarca Kirill, il capo della Chiesa ortodossa russa, che nei fatti è un fantoccio nelle mani dello Zar. Insomma, Trump sogna di seguire le orme di Filippo il Bello che per controllare il pontefice lo deportò ad Avignone. Ma Papa Prevost è il Papa di un'altra epoca: "Non ho paura di Trump", è stata la risposta.
Una polemica fuori luogo quella del Presidente Usa che gli ha messo contro in casa gli elettori cattolici, a cominciare dai latinos, che contribuirono a portarlo alla Casa Bianca; e fuori tutti i capi di governo europei e non solo, a cominciare dalla prediletta Meloni. Ormai l'abbraccio dell'inquilino della Casa Bianca è considerato letale per il consenso. La reazioni convulse di Trump sono figlie della sua impotenza. Il Presidente Usa si sta accorgendo a sue spese che la forza da sola non basta. Puoi colpire l'Iran, puoi distruggerne metà dell'apparato militare, ma solo con le armi anche più potenti del mondo non pieghi un Paese. Un concetto che Putin ha imparato nel conflitto con l'Ucraina. Soprattutto, sono operazioni che se non hanno una "ratio", un obiettivo raggiungibile, rischiano di trasformarsi in un boomerang in Patria: forse Trump non è consapevole del fatto che non è un autocrate, non è Putin (che pure comincia ad avere i suoi guai in Russia) ma è il Presidente di un paese che è tra le più antiche democrazie del mondo. E in democrazia uno stile del genere non può non far precipitare il tuo gradimento a sei mesi dalle elezioni di midterm.
Per cui i tre giorni dell'impotenza regalano al mondo l'immagine di un Presidente USA che abbaia alla luna.
Se l'Iran è una "tigre di carta" per usare un'espressione di Mao che Trump ha imparato a citare, lui è "una tigre in gabbia". Una condizione foriera di guai (vedi i dazi e due guerre) se dentro la gabbia c'è l'uomo più potente del mondo.