Il calice è tradizione, cultura e socialità. Bruxelles pensi bene a quello che vieta

Assurdo parificare una bottiglia bevuta mangiando tra amici ai "junk drink" che i giovani bevono in discoteca per sballarsi

Il calice è tradizione, cultura e socialità. Bruxelles pensi bene a quello che vieta

Scriveva Mario Soldati: «La nobiltà del vino è proprio questa: che non è mai un soggetto staccato e astratto, che possa essere giudicato bevendo un bicchiere, o due o tre, di una bottiglia che viene da un luogo dove non siamo mai stati». Figuriamoci se può essere giudicato, questo miracolo liquido di sintesi tra uomo e natura, tra cuore e terra, da un europarlamentare lituano o slovacco. Perché toccherà anche a loro decidere del destino dei nostri calici, se saranno mezzi pieni o mezzi vuoti. Oggi a Strasburgo, quando verrà deciso se il vino provoca il cancro, pensa tu. E a fine anno, quando rischia di entrare in vigore il cervellotico NutriScore, l'algoritmo inventato dai francesi in base al quale sull'etichetta di ogni nettare di Bacco potrebbe spuntare un lugubre bollino nero.

Di Soldati non condividiamo la sua idea che «le bottiglie di vino con etichetta sono quasi sempre cattive; le bottiglie senza etichetta e il vino sciolto quasi sempre buoni» (del resto anche il suo amico di bevute Luigi Veronelli, era convinto che «il peggior vino contadino è migliore del miglior vino industriale»). Ma lui fu tra i primi a capire il valore culturale e spirituale di un prodotto che, oggi, nessuno berrebbe nel vino un apportatore di calorie low cost. Oggi sappiamo che il rosso malmostoso dello zio vignaiolo della domenica non può essere meglio di un Barbaresco del 2010. E che ogni vino, sia quello prodotto da un contadino che vinifica nel garage sia quello che arriva da una collina da due milioni di euro all'ettaro, sia quello di una cooperativa da cinque milioni di bottiglie all'anno sia quello del produttore naturale che segue i dettami dell'agricoltura biodinamica, è una storia che aspetta solo chi abbia voglia di ascoltarla.

Il vino, cari burocrati eternamente a caccia di nemici della nostra salute, non può essere parificato a una sigaretta fumata nervosamente aspettando l'autobus, o a uno Spritz sgargarozzato con cannuccia e noccioline durante un happy hour. Il vino è cultura, tradizione, momento, occasione, benessere, pensiero. Molti medici ne consigliano un consumo moderato come parte di una dieta sana, consapevole, non solo perché secondo saggi che hanno preceduto anche Soldati, «fa buon sangue», ma perché contiene antiossidanti, antinfiammatori, polifenoli, vitamine che hanno un effetto benefico sul nostro corpo. Certo, l'alcol fa anche molti danni: sganghera il nostro sistema immunitario, riduce le nostre capacità cognitive, rallenta i nostri riflessi, rende scadenti le nostre performance sessuali. Ma tutto questo avviene quando viene assunto in grandi quantità e con regolarità. E la cultura mediterranea, le tradizioni familiari italiane, il nostro naturale buon senso, la nostra atavica avversione per lo scandalo del perdere il controllo, favoriscono una istintiva moderazione nel consumo di vino: al massimo di due bicchieri al giorno di quello buono, bevuti con lentezza e accompagnati a cibo acconcio, in piacevole compagnia.

Dire che l'alcol favorisce il cancro a prescindere dalla quantità di assunzione è in po' come dire che chi va in automobile è un criminale anche se indossa la cintura di sicurezza e rispetta il codice della strada. È trattare il cittadino come un suddito stolto che ha bisogno di scempi fisici orribilmente fotografati per sapere che il fumo fa male.

È, soprattutto, considerare una serata in una piola piemontese con una bottiglia di Barbera in quattro la stessa cosa di dodici junk drink bevuti da una diciannovenne un venerdì in discoteca e poi vomitati all'angolo della strada.

Salute!, si dice in Italia quando si beve un bicchiere tra amici. Ecco: salute! Quella vera, fatta di gioia e allegria, e non di funzioni aritmetiche e leggi tristi e astemie.

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