Il califfo sotto assedio si rifà vivo da Mosul: attaccate l'Europa infedele

Mezz'ora di audio dopo quasi un anno di silenzio Minacce anche alla Turchia e proclami di vittoria

Gian Micalessin

Non apriva bocca dal 26 dicembre scorso, e visto che - a differenza di illustri predecessori come Osama Bin Laden o Abu Musab Al Zarqawi - non soffre di protagonismo, l'audio messaggio di Abu Bakr Al Baghdadi diffuso la scorsa notte da Al Furqan, una delle tante entità mediatiche del Califfato, va ascoltato con molta attenzione. Tra le sue righe si percepisce lo sgomento di un Califfo sorpreso dall'inconsistente resistenza opposta dai militanti dell'Isis rimasti a fronteggiare l'assedio di Mosul. Un assedio sempre più stringente visto che le forze speciali irachene, già entrate nei quartieri orientali di Gugjali e Samah, combattono ora dentro quello di Karama, a meno di cinque chilometri dalla sponda est del Tigri. «Sappiate che il valore di rimanere sulla vostra terra con onore è mille volte migliore rispetto ad una ritirata vergognosa esordisce il Califfo all'inizio dei 31 minuti di messaggio - questa guerra totale e la grandezza di questa guerra santa aumentano la nostra convinzione che tutto questo sia soltanto un preludio della vittoria». Ma le parole «vittoria» e «guerra santa» sono semplici diversivi perché l'amara verità è tutta in quel «ritirata vergognosa».

In quella riga e nelle successive si legge il disappunto di un Al Baghdadi costretto a fare i conti con le divisioni e la demotivazione dei propri militanti, che nessuno conosce meglio di lui. All'inizio del mese ha rischiato, infatti, di cadere sotto i colpi degli uomini di Abu Othman il comandante della Polizia Islamica dello Stato Islamico deciso a prendere il suo posto. A salvarlo ci hanno pensato i fedelissimi di «Al Assra», le forze speciali dell'Isis, ma quella notte dei «lunghi coltelli», seguita da epurazioni e massacri interni, ha lasciato Mosul nelle mani di un'organizzazione lacerata internamente e poco convinta di poter sopravvivere all'assedio. Anche perché alle divisioni si aggiungono i tradimenti. Grazie alle soffiate di tanti «rinnegati» a cui la Coalizione promette una futura incolumità i droni bersagliano i centri di comando dell'Isis mentre le forze speciali inglesi e statunitensi incominciano a infiltrare la cerchia urbana per dare la caccia, come rivelato dal segretario alla difesa statunitense Ash Carter, ai quadri medio-alti dell'organizzazione.

Il preoccupato Baghdadi sa però che a questo punto l'unica risposta immediata può venir messa a segno soltanto al di fuori della morsa in cui è stretta la capitale irachena dell'Isis. Una morsa di cui forse è lui stesso prigioniero. L'ultima risorsa restano dunque i «militanti suicidi» e i «lupi solitari». A loro s'appella il Califfo per seminare lo sgomento tra gli infedeli «devastando le loro terre e facendo scorrere il loro sangue a fiumi». Da quest'appello diretto ai «lupi solitari» però un'altra evidente debolezza del Califfo. In precedenza gli inviti all'azione di questo tipo erano affidati ad Abu Mohammad Al Adnani, il luogotenente incenerito da un missile a fine agosto a cui erano state delegate la comunicazione e le operazioni terroristiche. A oltre due mesi di distanza dalla sua eliminazione l'Isis non sembra, però, avergli trovato un sostituto e questo rischia di rendere molto improbabile l'invito all'azione del Califfo visto che né lui, né gli altri luogotenenti conoscono nei dettagli la struttura logistica gestita dal defunto Adnani.

Anche gli altri due punti chiave dell'audio messaggio, punti in cui il Califfo ordina, per la prima volta, di colpire la Turchia di Recep Tayyip Erdogan e di eliminare i vertici della casa regnante saudita abbattendone il regime suonano come semplici diversivi incapaci di modificare il destino di Mosul. Una campagna di attentati messa a segno dalle cellule sicuramente presenti in Turchia contribuirebbe a mettere in difficoltà Erdogan, ma non fermerebbe il giro di valzer del presidente turco. Dopo aver per anni flirtato con lo Stato Islamico garantendogli forniture di armi e libertà di movimento sui propri territori, il presidente turco appare infatti molto più interessato a combatterlo per garantirsi un ruolo e una presenza nella futura amministrazione di Mosul e del nord Iraq.

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