Lo sguardo non è mai cambiato, quel modo di vedere le cose di traverso, un po' sghembe, ma solo per arrivare lontano, di sentire a pelle quello che gli altri non sanno neanche immaginare. La sua capacità non era credere nell'impossibile, troppo scettico per lasciarsi andare, ma fare in modo che gli altri si esaltassero per quello che lui stava raccontando. Quello sguardo non è cambiato neppure in queste ultime stagioni, quando sembrava perso e distante, un capobranco abbandonato dal suo popolo e riconosciuto a fatica, troppo grande per essere dimenticato e così ingombrante da metterlo su un altare ancora vivo. Umberto Bossi adesso non c'è più e il vuoto si sentirà e non solo al Nord. Se ne è andato a 84 anni, lì dove in fondo doveva morire, senza troppo clamore, in provincia, nell'ospedale di Varese. Bossi non era un predatore pesante. Aveva qualcosa della volpe, fiuto e denti aguzzi, e un sentore di selvatico che nessun salotto romano è mai riuscito ad addomesticare. Capelli come nido di cicogna, abituccio verde, cravatta slacciata, la potenza di una voce roca che afferrava il microfono come un cantante rock, perché lo era stato, un cantante, con il nome d'arte di Donato e i 45 giri di boogie-woogie.
Prima di diventare il Senatùr, l'Umberto era stato operaio tessile, studente di medicina mai laureato, iscritto fugace al Pci di Verghera, organizzatore di una manifestazione contro Pinochet di cui a Cassano Magnago non fregava nulla a nessuno. La prima moglie lo aveva lasciato quando aveva scoperto il più grottesco dei suoi bluff: ogni mattina usciva di casa con la borsa a soffietto, baciava la moglie, diceva: "Ciao amore vado in ospedale". Non è che non fosse medico. Non era nemmeno laureato.
Quell'uomo senza titoli e senza impiego, con la fama di mantenuto, aveva però capito qualcosa che nessun professore e nessun editorialista riusciva a vedere: la fine di una stagione. Stava arrivando la tempesta e nell'Italia stagnante della Prima Repubblica, con la Dc che pareva immortale ed era già putrefacente, esisteva un gregge senza pastore. Il popolo del "Nort", con la t e del "laoro", senza la v. Quello delle saracinesche alzate all'alba e del rancore compresso nei bar, sugli autobus, nelle code agli sportelli. Bisognava raggiungerlo e dirgli sei parole: e che cavolo, lavoriamo solo noi?
La scintilla fu un manifesto sul federalismo e un incontro fortuito, nel gennaio del 1979, in un laboratorio di patologia chirurgica dove fingeva di studiare, con un esponente dell'Union Valdôtaine. Basta. Fu come una conversione. Si appassionò al dialetto, scrisse poesie, entrò nel giro minoritario degli autonomisti. Il 12 aprile 1984, nello studio della notaia Bellorini a Varese, fondò la Lega Autonomista Lombarda con la seconda moglie Manuela Marrone, di origine sicula, il cognato, un rappresentante di commercio e un dentista entrato solo per far numero. Spese di cancelleria: centoduemila lire. Nessuno, a Verghera di Samarate, ci avrebbe creduto, quell'atto notarile avrebbe cambiato la politica italiana. Il verbo di Bossi correva di capannone in capannone, di bar in bar, di partita Iva in partita Iva. Non aveva bisogno dei giornali, che lo ignorarono a lungo. Il bar era il suo teatro. Si presentava verso le due di notte, spaghetti in bianco e Coca Cola, poi giocava a "calcio balilla" fino all'alba. Ci fu anche della sostanza. Gianfranco Miglio, politologo raffinato, capì che il federalismo non era folclore e si mise al suo fianco. La collaborazione durò fino a una selvaggia litigata, dopo la quale Bossi liquidò l'illustre professore come una "scureggia nello spazio".
Il genio vero del Senatùr fu un altro: inventare dal nulla una Terra Promessa. La Padania, nozione sconosciuta a qualsiasi storico e geografo, nacque completa di bandiera col Sole delle Alpi, Parlamento, toponomastica, nazionale di calcio, meteo, circoli scacchisti, orsetti padani e perfino il progetto di un circo. Era lo spettacolo della politica prima che la politica diventasse spettacolo. L'ampolla con l'acqua del Po raccolta sul Monviso, la catena umana, i giuramenti di Pontida, le camicie verdi che poi si scoprirono made in China. Berlusconi, inventore del centrodestra, se lo portò al governo, ma Umbertone si sentiva più furbo. Capì che il Cavaliere poteva comprargli il partito sotto il naso, si accordò con D'Alema e Buttiglione e lo fece cadere. Roma ladrona, Berluscaz, il dito medio, la Lega ce l'ha duro. Divertente, aggressivo, pallonaro, un artista della mascherata, spietato come leader, dolcissimo come uomo, uno spettacolo in canottiera quando in Sardegna c'era da mostrarsi come l'antitesi di Berlusconi (ma alla fine si piacevano). Un po' c'era e un po' ci faceva, un animale politico che ha creato un immaginario, il leader della questione settentrionale.
Poi venne l'ictus, nel 2004, e il Senatùr non tornò più quello che era stato. L'ultimo ricordo prima del buio è uno spasmodico duetto con Mino Reitano al dopo-Festival di Sanremo: il cantante gorgheggiava "Italiaaaa" e lui, paonazzo, abbracciandolo, contraccambiava "Padaniaaa". Dopo, fu l'ombra. Lo scandalo dei fondi, il tentativo di successione dinastica con il figlio, il Trota, che naufragò in fretta, e infine Salvini che gli prese il partito trasformandolo in qualcosa che Bossi avrebbe forse faticato a riconoscere.
L'ultimo barbaro era già diventato un reperto, il fondatore messo in vetrina a Pontida come si espone una reliquia. L'uomo venuto da Verghera ha lasciato un segno indelebile. Ha anticipato linguaggi e modalità espressive, senza rendersi conto, o fregandosene, che corrodevano il Novecento, cambiavano le parole e i toni della politica, segnando la fine dei partiti come li conoscevamo. Bella o brutta, buona o cattiva, la Lega c'era. Era un'idea.
E adesso che il Senatùr se n'è andato per davvero, alla vigilia di un referendum sulla giustizia, resta da capire se la storia gli troverà un posto che non sia legato solo a una stagione improvvisata, o se quella sua pazza corsa resterà per sempre sospesa tra l'avventura e la profezia.