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Il cantiere delle riforme procede (ma a rilento). La Lega preme per l'autonomia, Casellati media

Il presidenzialismo non convince il Terzo Polo, mentre sul progetto Calderoli c'è lo scetticismo di Fdi. Rampelli: "Attenzione a fretta e scarsa condivisione"

Il cantiere delle riforme procede (ma a rilento). La Lega preme per l'autonomia, Casellati media

Nel «cantiere delle riforme» si procede per ora a tentoni. Autonomia regionale e presidenzialismo devono «marciare di pari passo», dicono nella maggioranza. Ma si tratta di un passo assai incerto. «Non hanno un modello preciso su cui lavorare, ognuno va un po' per conto proprio», è la conclusione che trae Carlo Calenda, protagonista del primo incontro ufficiale della ministra per le Riforme Elisabetta Casellati con le opposizioni. Incontri che proseguiranno nei prossimi giorni con Pd (la cui delegazione è allo studio, visto che il partito è sempre in mezzo al proprio eterno guado congressuale) e M5s.

Meloni parla di presidenzialismo (all'americana?), Salvini di semipresidenzialismo (alla francese?), le sinistre insorgono contro il pericolo del solito «uomo solo al comando». E neppure il metodo è ancora definito: ci sarà una commissione bicamerale, o un ddl governativo? Si vedrà. La delegazione del Terzo Polo ha dato la propria disponibilità al dialogo, e esprime «apprezzamento» per «il metodo del confronto» da parte del governo. Quanto al merito, si naviga a vista, e i tempi si preannunciano assai lunghi. «Siete disponibili ad una riforma presidenzialista?», si son sentiti chiedere. Risposta: no, mentre il modello «sindaco d'Italia», con indicazione diretta del premier «potrebbe raccogliere un sostegno trasversale più ampio».

Certo, la Lega ha ottenuto dal premier di poter sventolare la propria bandierina dell'autonomia, e riuscirà probabilmente a incassare un primo sì in Consiglio dei ministri prima del voto regionale in Lombardia, nella speranza che questo risollevi un po' le sue sorti elettorali. Ma si tratterà di un sì a una scatola praticamente vuota: «Non si possono non coinvolgere le Regioni e il Parlamento», come ha spiegato il meloniano Lollobrigida al leghista Calderoli, nel vertice di mercoledì. Insomma, se la riforma si farà «va fatta per bene e senza fughe in avanti», come ha precisato la premier. «E sottolineo se», avrebbe potuto chiosare, citando Mina.

«Capisco le esigenze elettorali della Lega», dice con perfido sarcasmo Fabio Rampelli di Fdi, ma attenti «alla fretta e alla scarsa condivisione» che rischiano di creare solo «pasticci». Insomma, «ho l'impressione che per ora facciano finta», dice la senatrice Lella Paita di Iv, che ha partecipato all'incontro di ieri con Casellati. «Sull'autonomia la Lega spera di portare a casa qualche consenso in più, ma dubito che i lombardi ci caschino. E le posizioni nel centrodestra restano poco conciliabili: se dovessi scommettere su cosa scricchiolerà la tenuta del governo nei prossimi mesi, è proprio sulle riforme». Con Casellati, Calenda non ha mancato di denunciare un altro guaio creato da riforme mal fatte: «Il problema del Parlamento sta diventando rilevantissimo, perchè con la riduzione dei parlamentari il sistema bicamerale perfetto non funziona più».

Intanto la proposta di legge anti-aborto presentata da un esponente di Fdi, Roberto Menia, per «garantire i diritti del concepito» apre un nuovo fronte di scontro, anche dentro la maggioranza. A sinistra insorgono Pd e radicali: il centrodestra, denunciano, vuole mettere in discussione la legge 194 e minare il diritto di scelta delle donne. Ma la premier Giorgia Meloni ha imparato la lezione Usa, con la batosta elettorale del Gop dovuta (anche) alla sentenza anti-aborto. E fa smentire Menia prima dalla ministra Eugenia Roccella e poi dal capogruppo Fdi Malan: «La legge sull'aborto non si tocca».

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