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Caro petrolio, la paura fa 100 (dollari)

Si teme un conflitto non breve. L'Arabia rafforza la produzione sul Mar Rosso, ma non basta

Caro petrolio, la paura fa 100 (dollari)
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Il mercato vede il petrolio a 100 dollari e teme una guerra non breve nonostante le rassicurazioni che arrivano dagli Stati Uniti. Se infatti da un lato il ministro dell'Energia americano Chris Wright ha detto che "il traffico nello Stretto di Hormuz riprenderà relativamente presto", dall'altro ha affermato che "la Cina sta per perdere il secondo dei suoi tre fornitori di petrolio".

Il riferimento è all'Iran (dopo la Russia) e la dice lunga sulle intenzioni della Casa Bianca, legate a doppio filo con la destabilizzazione di Pechino. Un obiettivo che induce il mercato a pensare che sicuramente questa situazione non cambierà fino ai primi di aprile, quando ci sarà l'incontro tra il presidente Usa Donald Trump e il numero uno della Cina Xi Jinping. Per Trump arrivare a quella data con il rivale in netta difficoltà è un'occasione più unica che rara.

Iran, Venezuela e Russia rappresentano, secondo alcune stime di Kepler, il 40% del suo import globale, numeri imprecisi viste le sanzioni e i meccanismi utilizzati per aggirarle. E oltretutto Pechino dai paesi dell'area del Golfo importa circa il 50% del suo petrolio, una dipendenza che condivide peraltro con altri paesi asiatici come il Giappone o la Corea del Sud che, infatti, sta pensando a forme di tetto ai prezzi di fronte alla riduzione delle consegne.

Ecco perché Il prezzo del petrolio potrebbe arrivare a rompere presto la soglia dei 100 dollari al barile nella prossima settimana, dagli attuali 90. Come sottolineano diversi analisti la guerra attuale è una delle maggiori, se non la più grande, interruzione alla produzione nella storia recente. Per Ziad Daoud di Bloomberg Economics "nè l'Iran, nè gli Stati Uniti e Israele stanno mostrando segnali di distensione" e il "rialzo a 93 dollari non esprime pienamente i rischi in corso" visto che, ricorda, "circa un quinto delle consegne mondiali di petrolio passa attraverso Hormuz". Per questo, rileva, il prezzo dovrebbe salire ad almeno 108 dollari al barile visto che le misure per limitare i danni, dall'utilizzo del terminal nel Mar Rosso, alle speranze di un conflitto breve, non sono "convincenti".

Intanto, tra i vari litiganti, Mohammad bin Salman (in foto) brinda. I titoli della compagnia petrolifera saudita Aramco volano grazie all'impennata del prezzo del greggio. Le azioni mettono a segno un rialzo del 5% grazie ai terminal del Mare Rosso che compensano, almeno in parte, il blocco dello stretto di Hormuz e i danni alla produzione derivanti dagli attacchi dei droni iraniani agli impianti. Due fattori che incidono più pesantemente sulle compagnie del Kuwait, del Qatar e degli Emirati Arabi le quali hanno ridotto fortemente o bloccato le loro attività. La compagnia petrolifera saudita Aramco ha dirottato alcune spedizioni di petrolio verso il porto di Yanbu, sul Mar Rosso, per garantire la sicurezza e la continuità degli approvvigionamenti, ha riferito l'emittente televisiva statale saudita Al Ekhbariya.

Ma anche qui gli analisti ammoniscono: "È una misura che limita, ma non compensa il blocco dell'export".

Ecco perché nell'ombra attende Mosca che da questa situazione ha molto da guadagnare. L'allentamento delle sanzioni e i prezzi in rialzo potrebbero essere una manna per le casse russe.

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