"Dite a tutti che non mi dimetto". Nordio chiude la giornata più difficile della sua vita politica in modo laconico. Ma forte. Non è stata una decisione semplice. Quando ieri sera, dopo le otto, ha lasciato il suo ufficio per ritirarsi a casa, il ministro era veramente provato. Teso, stanco. In mattinata aveva per l'ultima volta ingaggiato la battaglia a difesa della sua capo di gabinetto, Giusi Bartolozzi. Nordio non è un tipo che lascia il campo facilmente. Aveva giurato che avrebbe difeso Bartolozzi e aveva anche giocato la carta estrema: "Se lascia lei lascio anch'io".
La giornata era iniziata così. Ma in politica molto spesso le giornate non si concludono come sono iniziate. E infatti in serata il colpo di scena. Col volto serissimo e teso quella frase di sette parole: "Dite a tutti che non mi dimetto". Poi è sparito.
Nel primo pomeriggio Nordio si è chiuso nel suo studio per lavorare come sempre. Doveva preparare la risposta a tre interrogazioni presentate dai partiti di opposizione contro il sottosegretario Delmastro Delle Vedove. Poi è successo qualcosa. Forse una telefonata, ma non si sa di chi. Nel suo studio è apparso Delmastro, che però è sparito quasi subito. Ed è entrata anche la Bartolozzi. Si sono chiusi dentro la stanza, forse con altre persone. Hanno parlato per due ore. Fuori era una gran confusione. Via vai di commessi, di giornalisti, di funzionari. Nessuno poteva entrare nella stanza. Intanto le agenzie e i giornali online non parlavano d'altro: voci di dimissioni imminenti di Bartolozzi, dimissioni di Delmastro. Poi, poco dopo le cinque, il colpo di scena. L'agenzia di stampa siciliana Italpress ha battuto la notizia bomba: "Giusy Bartolozzi si è dimessa". Era vero. Non ha retto evidentemente alle pressioni. Lei è sotto attacco da quel giorno nel quale parlando in una Tv locale aveva pronunciato parole molto dure contro i magistrati. Aveva detto che la magistratura è un plotone d'esecuzione e bisogna liberarsene. Era scoppiato così lo scandalo. "Dimissioni, dimissioni".
Nordio si era schierato subito a sua difesa. Bartolozzi è un magistrato molto esperto, molto preparato, che ha nelle mani gran parte della macchina del ministero. Nordio conta tantissimo su di lei. Che però dopo la sconfitta del referendum, e la caduta della riforma alla quale aveva dato un forte contributo, non se l'è sentita di continuare.
Nordio ha reagito male alla decisione delle dimissioni. Non si sa con certezza con chi si sia consultato nelle ore del tardo pomeriggio. Sempre blindato nella sua stanza, col telefono. È probabile che abbia parlato con la premier. La quale, a quel che si sa, non era contraria alle dimissioni di Bartolozzi e di Delmastro. Però la premier non voleva a nessun costo la caduta di Nordio. Prima di tutto perché le dimissioni di un ministro spesso sono un avviso di crisi, e Meloni non vuole la crisi. È convinta che la tenuta del governo non sia in nessun modo legata all'esito di un referendum. E poi perché se Nordio si dimettesse sarebbe quasi una sconfessione di una riforma che invece era voluta da tutto il centrodestra, non solo da Nordio. Su questo la Meloni non è una persona che si lascia guidare dallo scaricabarile. Lei pensa che il governo debba restare compatto e rispondere in modo unitario delle vittorie e delle sconfitte.
Sono servite molte ora per convincere Nordio. Il ministro, pochi anni fa, si è concesso alla politica perché era convinto della sua battaglia per la riforma della giustizia. Non per ambizioni personali: non ne ha più, non ne ha bisogno: ha più di 75 anni di vita alle spalle e più di mezzo secolo in magistratura. Pieni di successi. Non ha bisogno di chiacchiere e distintivi. E allora insisteva: è finita qui. Vi tolgo un peso.
Ma la premier ha insistito e alla fine ha fatto appello all'unico sentimento sul quale sapeva di poter contare: il senso dello Stato. Cioè, in questo caso, lo spirito di servizio. Gli ha detto: Carlo, ora abbiamo bisogno di te. Più di prima.
Ha fatto breccia. Nordio è un magistrato nell'anima, tutto di un pezzo, rigoroso, cocciuto come pochi, ma convinto che un magistrato è semplicemente un servitore dello Stato. O almeno, così dovrebbe essere, e così è sempre stato per lui.
E pensa che anche un ministro sia un servitore dello Stato, e non un signore che si compiace di avere un po' di pennacchi e di auto blu. E alla fine ha fatto come Garibaldi: ha pronunciato la stessa parola che il generale pronunciò a Teano un po' più di 150 anni fa: "Obbedisco".