La città del fare ce la farà

Tra febbraio e giugno ci era andata bene. Quel che è giusto è giusto e va detto. Noi milanesi eravamo stati fortunati. Perché il contagio non era cominciato da noi, perché il lockdown, tardivo in alcuni posti, qui da noi era arrivato al momento giusto

La città del fare ce la farà

di Luca Doninelli

T ra febbraio e giugno ci era andata bene. Quel che è giusto è giusto e va detto. Noi milanesi eravamo stati fortunati. Perché il contagio non era cominciato da noi, perché il lockdown, tardivo in alcuni posti (vedi Nembro e Alzano Lombardo), qui da noi era arrivato al momento giusto.

Non che le cose siano andate bene, s'intende. Nelle Rsa abbiamo pagato anche noi il nostro conto, e l'hanno pagato in altro modo tutte le imprese che vivevano dell'indotto degli uffici, delle università, di tutte le imprese che si sono potute permettere il lavoro a distanza, quello che qualcuno chiama smart.

E non sono noti, almeno al sottoscritto, i dati sulla mortalità per altre malattie, che il Covid ha messo in secondo piano negli ospedali già al collasso. C'è da credere che anche lì la percentuale abbia registrato una crudele impennata. Tuttavia almeno da noi non so sono visti i camion militari, in fila uno dietro l'altro, carichi di ciò che restava di una grande generazione. Ed è meglio non cercare di immaginare cosa sarebbe successo se, in quei mesi senza mascherine, la situazione fosse finita fuori controllo anche a Milano.

Ringraziare Dio si dovrebbe, dalla mattina alla sera. E si sarebbe dovuto fare subito, fin dai primi resoconti. Ci era andata, tutto sommato, abbastanza bene. Adesso che Milano si trova così, diciamo sulla cresta della seconda ondata, sorgono altri pensieri. Non sto a spiegare quanta stupidità ci è voluta per arrivare a questo punto, quanta malafede anche tra noi addetti all'informazione, così pronti a rincorrere la cazzata che più fa sensazione, che più fa reagire, che crea più contrasto.

La vista dei tanti negozi chiusi, la notizia dei tanti posti di lavoro persi mette finalmente in secondo piano, nella nostra testa, l'allegria di quella Milano da bere 2.0 che la nostra città è stata tra il 2015 e il 2019, la sua movida, con attori americani a pubblicizzare questo e quello all'ombra della Torre Unicredit o del Bosco Verticale. Come sono finite nel passato, tutte queste cose! Che tunnel di tempo si è scavato tra quegli anni e il nostro difficile presente! Smart city, città iperconnessa, i suoi algoritmi dovevano portarci dritti in paradiso. E invece, guarda te... Oggi camminiamo su macerie fatte non di calcinacci ma di tempo. Anni frantumati, pensieri e progetti finiti nel cestino dei rifiuti.

Eppure, a dispetto di tutto questo, non ha senso essere pessimisti. Realisti sì, mai pessimisti. Con i soci del mio teatro, Giacomino Poretti e Gabriele Allevi, tutti e due segnati dal Covid tra marzo e aprile, abbiamo ripreso la programmazione. A ogni dpcm aggiustiamo il tiro, spostiamo gli orari, aggiungiamo garanzie per gli ospiti, e gli ospiti - attori, registi, intellettuali - ci dicono «Sì», accettano cambiamenti di data e orario: Covid permettendo, ma la prima risposta è un «Sì». Si realizzerà il progetto? Non si realizzerà? In ogni caso, occorre esser pronti.

E come noi ci sono tanti altri, nelle imprese, nel commercio, nella cultura: tanti che amano il proprio lavoro, alzano la saracinesca anche se poi i clienti saranno pochi, e non guardano anzitutto il rapporto costi-ricavi, uomini e donne che pensano che un lavoro debba essere ben fatto a prescindere dal guadagno, che la parola data va mantenuta, che rinunciare a realizzare una buona idea (o quantomeno a provarci) è un peccato quanto se non peggio che dire una bugia o tradire il coniuge.

Questa virtù milanese, antica come la città, generata dall'incrocio e dall'incontro di mille genti diverse mille anni prima che qualcuno inventasse la parola «resilienza», è ciò che deve permanere, anche se la Milano da bere non c'è più. È il nostro patrimonio: è quel bel modo di pensare che ha fatto di Milano quella cosa unica al mondo, che tutto il mondo riconosce meno - naturalmente - noi milanesi.

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