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Coi Peshmerga sul confine più pericoloso del mondo: "La vittoria sarà nostra"

Viaggio tra Kurdistan iracheno e Iran: "Voi occidentali rischiate i rapimenti"

Coi Peshmerga sul confine più pericoloso del mondo: "La vittoria sarà nostra"
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Sulaymaniyah (Kurdistan iracheno) Il missile esplode in un globo di fuoco sulla collina di fronte al nostro balcone. Il bersaglio è il campo Zirgwezala del partito armato curdo iraniano Komala. È solo l'inizio di una notte di attacchi, fra sabato e domenica, mai visti primi, a Sulaymaniyah, la seconda città del Kurdistan iracheno. Fra due grattacieli davanti a noi si alza improvvisa una colonna di fumo grigio sempre più imponente, ma la seconda ondata di droni kamikaze si scatena sulla grande caserma della forza 70, l'unità più importante dei Peshmerga in quest'area non lontana dal confine con l'Iran. I combattenti curdi addestrati, proprio in questa base, dagli italiani della missione Prima Parthica. Sulaymaniyah, a differenza di Erbil, la "capitale" del Kurdistan iracheno non ha difese anti aeree avanzate come le batterie di missili Patriot. I Peshmerga della base attaccata si mettono a sparare all'impazzata verso il cielo, ma al buio colpire un drone kamikaze è un terno al lotto. La terza fase dell'attacco sembra puntare all'hotel Titanic, ben visibile da lontano grazie a due neon luminosi che avvolgono l'edificio. Molti alberghi sono chiusi per la minaccia ed il Titanic è pieno anche di stranieri. In realtà i droni iraniani puntano ad un ex edificio dell'Onu accanto all'albergo. Una palazzina bianca che sarebbe stata usata da agenti di Cia e Mossad. Il bombardamento, con 11 attacchi dal cielo nell'arco di tre ore su Sulaymaniyah, non è arrivato dall'Iran, ma dai giannizzeri degli ayatollah in Iraq. Le milizie sciite che dovrebbero essere integrate nelle forze di sicurezza irachene.

La frontiera più pericolosa al mondo con la Repubblica islamica è vicina. Nel rocambolesco viaggio verso il confine con l'Iran sentiamo un rombo cupo sopra le nostre teste. Lunghe scie bianche fendono il cielo azzurro. Missili balistici, che non si dirigono verso la Repubblica islamica, ma sono stati lanciati dai Pasdaran verso obiettivi chissà dove. L'area montagnosa di Hawran fino a prima della guerra era invasa dai turisti. Adesso i negozietti per i souvenir e i ristoranti sono chiusi ed i villaggi lungo la strada per l'Iran sembrano semi abbandonati. Quando i locali capiscono che siamo giornalisti si avvicinano alla nostra guida per dirgli che dobbiamo andare via subito: "Le spie iraniane sono dappertutto". Un video girato sui monti Zagros riprende dei combattenti curdi che si starebbero infiltrando oltre confine. Ben equipaggiati e in mimetica discutono sul tragitto indicando alcuni passaggi lungo una vallata. Poi si vedono dei Peshmerga con grossi zaini camminare a buon passo su una mulattiera. Alcuni si fermano e scrutano con il binocolo il terreno sottostante, probabilmente l'Iran. Alla fine due gruppi si separano e salutano con i baci sulla guancia da tradizione. Uno dei Peshmerga passa davanti alla telecamera e dichiara: "La vittoria sarà nostra". Sulle punte di aspre colline ondulate davanti a montagne innevate spuntano all'orizzonte delle torrette in muratura delle guardie di frontiera iraniane unite in alcuni tratti da una rete metallica sovrastata dal reticolato. A prima vista sembra che non ci sia anima viva. Dalle prime ore di guerra gli iraniani hanno bombardato i ripetitori di segnale dei cellulari silenziando l'intera zona. Al valico di Shushmei si arriva con una strada a tornarti, dove il traffico è zero. Un militare iracheno di guardia racconta che "la guerra si sente ogni notte sopra la mia testa con missili che arrivano da una parte e dall'altra". Dopo l'ultima curva fa impressione vedere sventolare una bandiera intonsa della Repubblica islamica su un alto pennone. Il posto di frontiera, la più pericolosa al mondo, è sprangato da un pesante cancello di ferro. Un Peshmerga rintanato nella dogana esce infuriato urlando di non fotografe e intimandoci di andare via. Degli iraniani neanche l'ombra.

Però il comandante della polizia dell'ultimo villaggio prima della frontiera, barricato nel suo ufficio, si mette le mani nei capelli e sbotta: "Cosa ci fate qui? Siete come il miele per i Pasdaran annidati dappertutto. Potrebbero rapirvi con l'accusa di essere spie del Mossad".

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