Un po' come il Papa, che non ha armate ma solo guardie svizzere, anche il capo dello Stato non possiede investigatori ma soltanto uffici giuridici. "Chi dovevamo mandare ad indagare, forse i corazzieri a cavallo?", ripetono in queste ore dal Colle. E siccome Sergio Mattarella in dotazione non ha nemmeno la palla di vetro, restano i dubbi. Quelli formalizzati nella lettera a Carlo Nordio, sulla "supposta falsità" dei documenti prodotti nella domanda di grazia per Nicole Minetti. E quelli sulla versione del Fatto Quotidiano. Infatti al ministero, che dispone dell'autorità giudiziaria, il presidente ha chiesto di verificare "se le affermazioni del quotidiano fossero fondate, non ha sostenuto che erano fondate". Ora tocca alla magistratura stabilirlo. Quanto al Guardasigilli, "aveva in mano le stesse carte", come dire, non diamo tutte le colpe addosso a lui.
Linea identica, sembra, da parte di Giorgia Meloni. "Gli organi preposti approfondiranno. Posso dire che il provvedimento non ha seguito un iter diverso dagli altri 1245 degli ultimi anni". Dunque nessun incidente, quello di Mattarella è un atto dovuto. "Non è il mio ruolo dire cosa deve fare il presidente della Repubblica, però sono d'accordo con lui sulla necessità di svolgere altri accertamenti", così la premier. Dal Colle apprezzano.
Questione comunque scivolosa, che investe diversi profili e che i due palazzi intendono maneggiare con cura. Il primo aspetto tocca proprio i rapporti tra governo e Colle. Dal Quirinale, che non ha alcuna intenzione di entrare in urto con Palazzo Chigi, si fa notare come la domanda al ministro della Giustizia di un supplemento di indagine, sia pure accompagnata da una richiesta di "cortese urgenza", non è affatto una presa di distanza, semmai una presa d'atto: dopo il caso sollevato dal Fatto, non si poteva fare a meno di riaccendere un riflettore sulla storia recente della Minetti e sulla sua adozione, evitando magari confusioni e polveroni che non aiutano la verità. "Supposta falsità" appunto, non significa che sia tutto falso.
L'altra considerazione riguarda il lavoro della magistratura, che nelle sue varie articolazioni ha istruito la procedura, adempiuto ai controlli e concesso il benestare. Al Colle hanno sicuramente gradito che la Meloni abbia ricordato l'altissimo numero di domande di grazia: l'ex consigliera regionale della Lombardia, condannata a tre anni e 11 mesi, il 18 febbraio ha potuto beneficiare della clemenza presidenziale sulla base di una voluminosa documentazione raccolta al termine delle indagini svolte dalla Procura generale di Milano. Della relazione risulta una Minetti lontanissima dai fasti di un tempo, che fa volontariato e che ha adottato un bambino uruguaiano bisognoso di cure e di presenza costante. Da qui il riserbo, dovuto per la tutela del minore.
Carte false? Mattarella ingannato? Il Quirinale adesso vuole notizie certe e ricorda una sentenza della Consulta che stabilisce che il presidente della Repubblica può
decidere solo a fronte di quanto gli prospetta il ministero. Che succederà ora? Secondo i costituzionalisti una revoca della grazia, sempre che le falsità "supposte" diventino reali, è possibile ma altamente improbabile.