La Consulta fa dietrofront. Resta il carcere ai cronisti

Nessuna svolta sulla diffamazione: la detenzione si riduce a tre anni ma è possibile per i casi gravi

La Consulta fa dietrofront. Resta il carcere ai cronisti

In Italia i giornalisti potranno continuare a finire in galera. Dopo anni di polemiche, dopo una serie di pronunciamenti espliciti della Corte europea dei diritti dell'Uomo che considera una sorta di barbarie la galera per i reati a mezzo stampa, la Corte Costituzionale lascia una porta - o meglio un portone - aperta alla possibilità delle manette per i diffamatori veri o presunti. Il carcere non scompare dal nostro ordinamento, come chiedeva la Corte di Strasburgo e come prevede un progetto di legge colpevolmente impantanato in Parlamento. Certo, la Consulta stabilisce che a poter finire in cella saranno solo i giornalisti colpevoli di diffamazioni «di eccezionale gravità». Ma a decidere quali siano questi casi continueranno a essere i giudici, noti per i loro atteggiamenti ondivaghi e la loro severità a corrente alterna: inflessibili, ad esempio, quando il presunto diffamato è un loro collega. Come accadde nel caso di Alessandro Sallusti, l'allora direttore del Giornale, condannato al carcere per un articolo su un magistrato, e salvato dall'arresto solo dalla grazia del Quirinale.

È un esito in buona parte a sorpresa, quello della lunga udienza di ieri della Corte Costituzionale. Era stata proprio la Consulta, un anno fa, a fare proprie le indicazioni della Corte europea, che considera la pena detentiva una minaccia inaccettabile alla libertà di stampa. Nel giugno 2020 la Corte Costituzionale aveva deciso però di non decidere, dando un anno di tempo al Parlamento per varare una nuova legge che trovasse un nuovo equilibrio tra i diversi interessi in gioco. Ma proprio tra le righe di quella pronuncia si leggeva che se il Parlamento non avesse provveduto per tempo, la Consulta avrebbe cancellato il carcere per i cronisti. Unica ipotesi lasciata aperta per la pena detentiva, gli articoli che istigano ai crimini d'odio.

E invece la Consulta, che ha cambiato presidente ed è guidata dal giudice Giancarlo Coraggio, compie una vistosa marcia indietro. Cancella una sola delle norme sotto tiro, la legge del 1948 che puniva la diffamazione col carcere fino a sei anni; ma mantiene in vita il comma del codice penale che prevede per lo stesso reato una pena fino a tre anni. «Quest'ultima norma consente al giudice di sanzionare con la pena detentiva solo i fatti di eccezionale gravità», recita il comunicato diramato - in attesa delle motivazioni - dall'ufficio stampa della Consulta. Peccato che per quel reato fosse stato condannato Sallusti, nel processo che l'Europa ha considerato inaccettabile.

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