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La Corte dei Conti va all'opposizione

Il presidente Carlino trasforma l'inaugurazione dell'anno giudiziario in una filippica

La Corte dei Conti va all'opposizione
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Alla Corte dei Conti la politica non dispiace. La relazione del presidente Guido Carlino, ieri all'inaugurazione dell'anno giudiziario, ha oltrepassato i limiti dell'analisi contabile per entrare nel terreno della dialettica con governo e Parlamento. Tutto il contrario di ciò che ci si aspetterebbe da un'istituzione chiamata a valutare l'economicità delle scelte dell'esecutivo.

Carlino ha rivendicato che la magistratura contabile "non potrà mai venir meno al ruolo assegnatole dalla Costituzione di garante indipendente della finanza pubblica" e che questo rappresenta il "codice genetico" della Corte. Un modo come un altro per ribadire l'intangibilità del modello dei controlli. La pubblica amministrazione del 2026 non è quella del 1948, ma questo è solo un particolare insignificante per tutti coloro che si ergono a baluardo della carta fondamentale. Se procedure e responsabilità indefinite producono paralisi decisionale, l'importante è non toccare nulla. Il confronto si trasforma così in uno scontro identitario (molto simile a quello portato avanti dai magistrati per il No), politicizzando la discussione.

Il presidente ha assicurato che la Corte applicherà la legge Foti di riforma della magistratura contabile ma ha auspicato "una possibile riformulazione di talune disposizioni", mentre il procuratore generale Pio Silvestri ha affermato che "non possiamo dire che si tratti di una buona legge". Anche in questo caso ci troviamo di fronte a un giudizio di merito dell'azione di un governo democraticamente eletto. La riforma interviene su un sistema che negli anni ha ampliato l'incertezza della colpa grave e quindi il rischio personale dei funzionari. L'azione del Parlamento, perciò, era necessaria.

Non meno significativo il passaggio sugli "oggettivi risultati ottimali" dell'ufficio stampa nella gestione mediatica delle vicende legate al Ponte sullo Stretto dopo lo stop alla delibera Cipess. Un'infrastruttura strategica per il Parlamento e per il governo (12,5 miliardi di investimenti, 23 miliardi di ricadute sul Pil, 120mila posti di lavoro) viene rimessa in discussione per cavilli procedurali. C'è un fil rouge che tiene insieme tutte queste osservazioni: il fattore tempo. Per la Corte (ma anche per il Quirinale che ne ha condiviso le riserve sul recente decreto Ponte) accelerare la realizzazione delle infrastrutture non è una priorità, l'importante è il rispetto delle liturgie. E così via il commissario straordinario dal provvedimento governativo, giusto per capire che la critica politica può diventare politica essa stessa, facendosi contropotere. Il mandato democratico? Trattasi di fastidioso dettaglio.

Carlino ha poi sostenuto che dopo quasi sei anni di scudo erariale "non vi è alcuna evidenza di benefici in termini di efficienza". La norma, approvata dal governo Conte II nel 2020 per far procedere spedito un Pnrr che già partiva in salita, serviva a prendere decisioni anziché rinviarle. Ma questo non conta per la Corte come non conta che la legge di Bilancio 2026 abbia portato il Fondo sanitario nazionale al livello record di 143,1 miliardi. Servono più investimenti, è questione di "senso civile".

Il messaggio è chiaro: il mandato elettorale è una derivata, la funzione principale è altrove. Come ha testimoniato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella che ieri ha ringraziato di persona la Corte "per il ruolo fondamentale che svolge per la Repubblica". Ipse dixit.

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