Ci sono voluti più dieci anni, un libro inchiesta di una coraggiosa giornalista brianzola e diversi articoli dei giornali locali per fare luce sul massacro delle tre missionarie saveriane che trovarono la morte in Burundi, fra il 7 e l'8 settembre del 2014. Olga Raschietti, 83enne di Vicenza, Lucia Pulici 75enne di Desio e Bernardetta Boggian, 79enne di Padova erano in Africa da una vita. Amate, rispettate da tutti, necessarie. Eppure a Kamenge di Bujumbura, non lontano dal confine con il Congo, quell'autunno il loro destino fu spietato. Prima toccò ad Olga e Lucia. Bernadetta, la terza missionaria, non era con loro, ma al suo rientro, la notte seguente, fu decapitata, la testa poggiata accanto al corpo. Gli esecutori uscirono di scena, nel baillame del momento, indossando divise della polizia. Da allora le indagini presero un vorticoso senso di depistaggio e si conclusero, nell'immediatezza dei fatti, con la teoria dell'omicida bollato come "folle di turno" ed un nulla di fatto anche dopo un timido tentativo, già nel 2018, di provare a riaprire il caso. Si invocarono anche moventi esoterico sacrali. Nulla di più falso.
Ieri a Medesano, provincia fonda e colline a mezzora da Parma, i carabinieri del comando provinciale dell'Arma, su indicazione del tribunale e del procuratore Alfonso D'Avino hanno finalmente chiuso un cerchio. Le indagini, infatti, nel riserbo più totale erano state riaperte nel settembre 2024. Così è stato rintracciato Harushimana Guillaume, 50enne originario del Burundi, che in Emilia era arrivato nel 2018 per seguire un corso che "aumentasse la sua professionalità", su incarico di una associazione di parmense che si occupa di aiuti alimentari. Sulla sua strada, però, si è messa Giusy Baioni, giornalista free lance di Desio, lo stesso paese di una delle missionarie uccise. Baioni, esperta di res africane, ha lavorato per anni al caso, scrivendo un libro - "Nel cuore dei misteri" - che presentò, a 10 anni dal triplice omicidio anche a Parma, al circolo Il Borgo. Quell'evento finì raccontato dalla Gazzetta di Parma e così incongruenze, depistaggi e possibili scenari di una verità atroce e scomoda arrivarono alle orecchie degli investigatori.
Le indagini hanno ripreso la breve - per usare un eufemismo - relazione sui fatti, redatta dalla Ambasciata italiana di Kampala in Uganda e indirizzata a Parma: le missionarie, infatti, dipendevano dalla Casa di viale san Martino. Il fascicolo contro ignoti fu archiviato nel 2015 per l'assenza delle condizioni di pertinenza della giurisdizione italiana. Quattro anni dopo, Kampala trasmetteva a Parma una nota in cui compare già il nome di Harushimana e quel suo visto che lo colloca proprio in Italia. A nominarlo un "pentito" africano; lui si difese, esibendo il passaporto con timbri che lo localizzavano lontano dal Burundi, all'epoca dei fatti. Baioni, però, nel suo libro, ha provato, grazie a contatti diretti, come la situazione fosse diversa. Fra le pagine si evince un clima di terrore ed omertà, fra incendi della radio pubblica Africana e misteriose esecuzioni.
Non solo: nei fatti sarebbe implicata anche la Documentazione, polizia segreta del Burundi con il generale, poi ucciso, Adolphe Nshimirimana a capo di questa organizzazione che avrebbe agito come mandante, per motivi economici e politici, vedendosi rifiutati cure sanitari e finanziamenti per i ribelli della loro fazione.